
Cosa potrebbe accadere se il boss della Raster-Norton si rimettesse con Frank Bretschneider e Olaf Bender sotto la sigla Signal e pubblicasse un album frutto di cinque anni di lavorazione tra Berlino, Tokyo e Chemnitz (il luogo dove la label iniziò la produzione nel 1999)? Sembra la classica premessa per un lavoro che si misura con lo stato dell’arte della produzione art-tronica tedesca. E così di fatto pare Robotron, prova sulla lunghissima distanza di Signal (il precedente album era datato 2000), caratterizzato da beat ipnotici, micro glitch e in generale un approccio conciso e minimalista tipico della casa, che tuttavia preferisce un linguaggio architettonico funzionale allo studio delle superfici o all’inserto delle stesse (leggi noise). Robotron è dunque l’essenza della cosa: Brain dance (c’è del funk trasfigurato), ma non nello stile Rephlex (non ci sono breakbeat) bensì in quello dei Pan Sonic, un’evoluzione artica della techno, un tribalismo (passatemi il termine) zen che apre alla trascendenza meditando in un white cube. A differenza dei finnici però, troviamo un corpus concettuale che alla forza d’urto (o all’isolazionismo) preferisce una lucida autoipnosi (Wismult, Epirex Motor e la migliore del lotto ovvero l’alt-take di Wismult in coda), oppure, nel più tipico dei casi, uno scandaglio della classica tematica dell’industria(l) o dell’anima dei Robot (Rawema). Non un tanto gioco di manopole analogiche, piuttosto una laptop music eminentemente ritmica e razionale, svolta in un platter compatto ma abbastanza vario da allontanare ogni idea di concept (vedi anche Richie Hawtin).
Robotron è probabilmente la definitive thing: un buon prodotto di genere confezionato secondo cliché per i quali non si possono giustificare elogi incondizionati o sopravvalutazioni unicamente sulla linea di una concettualità extra-musicale.
(6.5/10)