
Esala come un rugginoso fuoco fatuo cimiteriale la musica dei Pine Hill Haints, band a conduzione semi-familiare - i leader sono i coniugi Jamie (voce e chitarra) e Katie Barrier (mandolino e washboard) - con base a Huntsville in Alabama, il cuore devoto all'aggressivo ventaglio sonoro che attraversa bluegrass appalachiano, country folk, hilly billy, rag e honky tonk. Una miscela esplosiva come una missile terra-terra sparato nel pollaio dove razzolano i prodromi punk blues, di cui si cibano più o meno lecitamente tanti fenomeni più o meno da baraccone, taluni baciati da vampiresco successo (vogliamo dire White Stripes? Massì, diciamolo) e talaltri appena sfiorati da una luce di riflettore (i travolgenti Immortal Lee County Killers).
Il merito dei Pine Hill Haints, che fanno quel che fanno ormai da anni (il qui presente Ghost Dance è o dovrebbe essere il quarto album a loro nome) è di non smettere l'aria da busker band che gira la Nazione ad incendiare i granai con pezzi originali e traditional riesumati, scatenando un liberatorio inferno sotto ai front-porch e nell'anima afflitta dall'inquieto vivere. E questo malgrado a produrli siano nientemeno che Mr. K Records in persona Calvin Johnson e quel Lynn Bridges già all'opera con un altro masticatore di fantasmi come Devendra Banhart. Venti le tracce, una raffica ghignante, ebbra, infoiata, talora epicamente irrequieta (Wake Up) o ammorbidita di aloni fifties (Say Something, Say Anything). Alla fine dei conti la proposta non è che una ri-proposta, ma avvince come avvince per la folgorante convinzione nei mezzi e negli obiettivi, ciò che gli permette di assalirci come kamikaze da una frontiera violata.
(6.9/10)