
L’uomo nero del voodoo è tornato. Si chiama Eugene Robinson, è il frontman dei qui presenti Oxbow ed è il tipico mandingo alto due metri e ricoperto di tatuaggi, che non vorresti mai vedere alle tue spalle in qualche vicolo. Gli Oxbow sono anni che ci deliziano con dischi storti e micidiali. Io personalmente ho un rapporto di autentico culto per Serenade In Red, disco su SST di cui mi infatuai leggendo una sensazionale recensione del buon vecchio Claudio Sorge e che passai anni a cercare, scoprendo poi che in Europa era uscito per la Crippled Dick, etichetta tedesca specializzata in soundtrack di Jess Franco e vecchi groove soft porno. Culto raddoppiato all’istante. Se si contano anche i leggendari live, con Robinson a sbavare nudo sul microfono in una simil versione negra di Henry Rollins, le collaborazioni sparse con femmine folli del rock come Lydia Lunch, Marianne Faithfull e Jarboe e l’appellativo, dimostrato coi fatti, di veri eredi dei Pere Ubu penso che si capisca che gli Oxbow sono materiale pregiato, ancorché pericoloso da maneggiare.
The Narcotic Story ce li riconsegna dopo una bella pausa di quattro anni dall’ultimo vero album in studio e alla vigilia, tra l’altro, della pubblicazione del primo libro scritto da Robinson che reca lo splendido titolo: Fight: or, Everything You Ever Wanted to Know About Ass-Kicking but Were Afraid You’d Get Your Ass Kicked for Asking. The Narcotic Story è un disco molto meno ass-kicking di quello che ci si potrebbe aspettare da loro. C’è persino un intro e vengono utilizzati anche un’abbondanza di archi per ricamare arie da melodramma. L’intento che c’è dietro è quello di allestire una colonna sonora e di disegnare un album sinistro e quieto, ma non meno tormentato dei precedenti.
C’è molto meno hardcore, meno furia e tutto è inscatolato con maggior cura. Non può certo dirsi tra i loro lavori migliori, non perché meno rabbioso, ma perché sostanzialmente irrisolto. Un disco che non sa abbandonare la strada vecchia per la nuova. Ma il blues, quello si. Quello che c’è sempre. Quello ce lo mette Robinson con la sua voce. Sia che sbraiti animalesco sulle distorsioni albiniane o che invochi “Oh! Jesus” su un quartetto d’archi come nell’intro di Down A Stair Backward. Eugene Robinson non si smentisce mai. Eugene Robinson camminerà tra noi anche dopo essere morto.
(6.8/10)