
Non suona solo lento come da nome, ma anche pesantissimo il quintetto romano, già incontrato in occasione della collaborazione con gli Ufomammut. Un suono estatico e trascendente che, nonostante gli ovvi referenti (Isis e Neurosis su tutti), ha la capacità di non risultare mai opprimente o chiuso in una autoreferenzialità che da sempre rappresenta il limite per certi suoni.
Il suono dei sette pezzi strumentali di Earthen è vario e screziato, potente anche grazie agli incastri delle tre chitarre ma non è mai banale. Non solo pachidermici assalti guidati dalle tre chitarre, insomma, ma indagini condotte nel sottosuolo di un suono altrimenti troppo inflazionato. Non di risentita e banalizzata alternanza vuoto/pieno parlano i cinque, bensì di una continua immersione/emersione in un suono heavy sempre più saturo o sempre più desolatamente altro, che procede spesso per pesante sottrazione.
Se Hadrons e Need sono monolitici assalti in the vein dei citati maestri, le sorprese vengono dai pezzi in cui, nonostante la potenza di fuoco, i cinque procedono per riduzione. Subterrestrial e la conclusiva Leave soprattutto mettono in atto un processo di immersione in un suono che diventa drone-oriented, al limite dell’ambient più scura e soffocante. Ma è lo scandaglio gettato nel profondo vuoto dell’animo di Emersion Of The Island a lasciare a bocca aperta: emotività repressa, striature da microsuoni, interferenze, una quiete apparente troppo simile alla rassegnazione. Nel suo genere, decisamente ottimo.
(7.0/10)