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Larry Ochs Sax & Drumming Core – Up From Under (Atavistic, 2007)

di Daniele Follero

Il sassofonista newyorchese Larry Ochs, classe 1949, è ricordato finora soprattutto per il suo progetto principale, che segue da quasi trent’anni e sul quale ha centrato principalmente la sua carriera, il Rova Saxophone Quartet. Ma sono, in realtà, molte di più le occasioni nelle quali Ochs ha scritto il suo nome nella storia dell’avanguardia jazzistica: basti qui citare i Room, fondati nel 1986 insieme a William Winant e Chris Brown; l’International Creative Music Orchestra con il tastierista Wayne Horvitz e il più recente trio Maybe Monday, insieme a Fred Frith e il suonatore di koto Miya Masaoka. Per non parlare delle sue attività collaterali di compositore di musiche da film (Letters Not About Love) e saggista (il suo saggio “Strategies For Structured Improvisation” è stato pubblicato nella raccolta di scritti di compositori, curata da John Zorn, Arcana).
Il trio Larry Ochs Sax & Drumming Core, nel quale il saxofonista americano affianca due batteristi, Scott Amendola e Don Robinson nasce nel 2000 come esperienza estemporanea, di passaggio, per dimostrarsi presto una realtà tutt’altro che transitoria. Un album (The Neon Truth, Black Saint Records, 2002) e, soprattutto, un’attività live di tutto rispetto, ne sono la garanzia più concreta. Ed è proprio dall’esperienza dal vivo che Ochs ha tratto ispirazione per il secondo capitolo discografico della formazione. Affascinato dall’acustica del Teatro Fondamenta Nuove di Venezia, sperimentata nel 2002 durante il primo tour europeo della band, il trio, due anni dopo, trova la possibilità e il tempo di ritornarci per registrare alcuni brani con il teatro completamente vuoto e con le attrezzature da studio. Ne sono venute fuori otto registrazioni che godono dell’aspetto positivo di entrambe le situazioni, l’impatto diretto e il feeling che si crea nella performance live, e la resa sonora ottimale, ottenuta con le attrezzature di uno studio di registrazione “fuori” dallo studio.
Up From Under conferma il fascino di Ochs per l’improvvisazione strutturata, una commistione di scrittura e libertà esecutiva che nel jazz ha radici ben profonde, e la sua capacità di far risuonare nel suo strumento cinquant’anni di storia della musica afroamericana. Il suo stile filtra la veemenza improvvisativa di John Coltrane attraverso Albert Ayler, Braxton e la New Thing. Per il modo in cui passato e presente, Ornette Coleman e Mats Gustafsson, si incrociano in lui e per il suo atteggiamento sempre aperto a nuove soluzioni timbriche e compositive, non suonerebbe tanto strano definirlo un post-moderno, un membro ormai decennale di quella “new thing della new thing” che dagli anni settanta si impegna a superare la stagione radicale e apocalittica del free.
Il tentativo di rinascita del genere passa anche da qui, dai fraseggi torrenziali di Ochs, da una sezione ritmica che segue i sentieri aperti dal sax con un incedere che passa con disinvoltura, in uno stesso brano, dal funk al rock per poi infrangersi in tanti piccoli pezzettini assolutamente liberi di muoversi in qualsiasi direzione.

(7.6/10)

 

  • new new thing
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