
La sensazione è quella di tornare ai tempi di Sinead O’Connor e del suono che andava negli esperimenti Novanta a cavallo tra Garbage ed Everything But The Girl: quel mescolare basi hip-hop con voci pulite, quel sentire l’autocombustione che stava disfacendo piano piano i generi, e che in poco tempo avrebbe avuto il coraggio (o la non consapevolezza?) di approdare a lidi oscuri, a luoghi dimenticati dalla positività pop-Ottanta, alle spiagge di Tricky e dei Portishead, o alla wave urbana dei Massive Attack. Quella malinconia che per tanto tempo non siamo riusciti a toglierci di dosso, e che oggi tormenta il pianeta electrorock (vedi per esempio il Patrick Wolf più mistico) o i sempreverdi shoegazers Radiohead.
Tutto torna, il dub cyberpunk mescolato con accenni etnici (Marching Orders) che fa tanto Asian Dub Foundation, la base hip-hop mescolata con suonini industriali che vanno a contrastare la pulizia della voce (Damage), il suono uberpop à la Depeche Mode con qualche accenno dancey dalle parti delle contaminazioni dei primi Gus Gus (Overkill), la spolveratina oniricottanta (Same Ground Again), la strizzatina pop chart-oriented (bello il singoletto veloce Guilty) e l’inevitabile richiamo ad Annie Lennox, regina di un mondo ormai ghiacciato nel ricordo (Chances). Un disco che piace per l’immediatezza e la facilità di ascolto. Un piccolo gioiellino pop che farà scendere qualche lacrimuccia ai teen-agers dei Novanta e che consegnerà una pletora di remix e di alternate versions ai dancefloor pop-oriented. Vogliamo scommettere?
(6.5/10)