
Amo il folk-rock in generale e l'alt-country in particolare. Mi trovo bene coi suoi racconti e i sapori di un mondo così lontano così vicino. E' un po' come aprire la cassa di un enorme orologio e scoprire che nel meccanismo ci sono anche rotelle strane, eccentriche, storte. Alcune che girano per conto proprio, altre che si abbandonano ad un'inerzia meditabonda, altre ancora sul punto di saltare fuori. Alla fine conta ben poco l'ora indicata sul quadrante, la vita è quel brulicare tra libertà e prigionia che rosicchia le ultime ipotesi (o nostalgie) di frontiera. Per dire, in Neko Case, nei Wilco, nella migliore Lucinda Williams trovo proprio questa mite sedizione.
Venendo a Kelly Willis, a questo disco che riporta in auge la cantautrice di Austin dopo cinque anni di silenzio, dirò subito che trattasi di un prodotto ben fatto, scritto e arrangiato con acume (grazie anche all'apporto del producer Chuck Prophet - già Green On Red - e del songwriter Jules Shear). Ma non c'è una rotella fuori posto nei dodici pezzi che compongono la tracklist. Che si tratti di rock impertinenti (tipo le Go-Go’s aggiornate e integrata dell'iniziale Nobody Wants To Go To The Moon Anymore e di Teddy Boys, pezzo firmato Adam Green) o di ballate accorate come da prammatica (lo zabaione di archi e slide in Stone's Throw Away, il bignamino Grant Lee Phillips di Too Much To Lose, la trepida title track), la voce non si stacca di un millimetro dallo sfondo, in tacito ossequio al proprio ruolo nel pezzo di mondo e di storia in cui le è capitato di trovarsi. Al punto che persino la Success di Iggy Pop ne esce sfrondata da ogni sberleffo o insidia. Ecco perché, terminata la recensione, non ascolterò più questo disco.
(5.0/10)