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Harris Newman - Decorated (Strange Attractors / Goodfellas, 18 settembre 2007)

di Michele Saran

Sentenza altisonante, lungi da me! Però, ragazzi, qui me le tolgono di bocca. Harris Newman è il miglior rappresentante dell’eredità di John Fahey degli anni 2000: l’ho detto. Non che il compagno di scuderia Steffen-Basho Junghans sia da meno, intendiamoci (ascoltarsi il gioiello Summer Late Morning, prego), ma il Newman ha con sé quella scioltezza, quella carica filantropica, quella attitudine trance che la chitarra solitaria del maestro del Maryland conosceva a menadito (mi si perdoni pure la battuta).
Ma il suo ultimo Decorated non parla nemmeno più l’American Primitive. E qui sta il bello. Al massimo ci sono i pigolii acustici bluesy dell’apertura della title track, che però poi prendono il volo in accordi intricati a mo’ di flusso di coscienza, e nelle frustate scure delle corde basse. Nel breve Blues For Vilhelm il Nostro si fa poeta cosmico di droni assordanti, riverberi accentuati e insistiti, fluttuazioni a tecnica mista. La sincopata Opera House Stomp, con Eric Craven alla batteria e gli accordi di lapsteel ad attorcigliarsi su se stessi in un raga demoniaco, è l’estremo opposto del Newman poeta. Ma la mesta svirgola che apre Our Cavalcade of Sightless Riders piacerebbe al Drake di Five Leaves Left.
Citiamo il Fahey di Requia, ovvio, almeno nelle inflessioni umbratili di The Malarial Two-step, accorato e pensoso inno cajun dalle nervose articolazioni dissonanti, o nei sinistri echi vibrati di A Quarter To Call The Ambulance, spezzati in inquietanti pause di richiami astrali. I due temi (un saltarello serioso e una corsa d’arpeggi agrodolci) di Anamnesis, e soprattutto la lunga Golden Valleys As Seen From The East, fanno storia a sé. Qui l’estetica del chitarrista aggancia registri di discorso fantastico in libera uscita, non più o non solo flusso di coscienza, ma vero rapimento sonoro di scale free-form, accordi accennati, note argentine e deformazione del continuum spazio-tempo.
Terzo disco su lunga distanza (esclusi il progetto Triple Burner, con Bruce Cawdon, maghetto ritmico del giro Constellation, lo split Glaswocht e il live Dark Was The Night), dove Newman - Montreal, classe ’75 -, già bassista degli HRSTA, focalizza una vicenda artistica immaginifica. Con un linguaggio vagamente più monocromatico, talvolta spoglio e ascetico, arma e compatta le composizioni d’efficacia retorica ed iperrealismo, non rinunciando a spunti di dilatazione, orpelli sonici a tema, humour misticheggiante.

(6.7/10)

 

  • folk, fingerpicking
  1. Our Cavalcade of Sightless Riders
  2. Anamnesis
  3. Decorated
  4. The Malarial Two-Step
  5. Blues for Vilhelm
  6. Golden Valleys as Seen from the East
  7. We Return to Black Wolf Mountain
  8. Opera House Stomp
  9. A Quarter to Call the Ambulance