
Oltre a provenire entrambe dal folto sottobosco scozzese (i primi dalle minuscole isole Orkney, i secondi da Glasgow), queste due band condividono lo stesso punto di partenza – l’indie folk - pur approdando a esiti diversi per forma ed approccio. In realtà per gli Half Cousin, ovvero Kevin Cormack e Jimmy Hogarth, parlare di folk è quantomeno limitante. Da basi rustiche e quasi intimiste sviluppano un pop casalingo, giocoso e deliziosamente post-moderno; Junkyard pop lo chiamano, e non a torto, per quell’attitudine bric-a-brac e artigianale che mette insieme chitarre acustiche e fisarmoniche con beat metallici, xilofoni e synth talvolta oscuri.
A parte inventiva e fantasia, che pure non difettano (sentite in quante direzioni si sviluppa l’iniziale Big Chief), è tuttavia il songwriting a fare la differenza, con parti cantate che riprendono Donovan (l’indolente Abide) e Simon & Garfunkel, salvo poi in sterzare verso un melodico e catchy electro-pop (The Absentee), o sporcare acquerelli in apparenza innocui di forti tinte psichedeliche (Police Torch), lasciando trapelare qua e là una certa cupezza alla Drake (inconfondibile nello strumentale Home Help). Eclettismo alla riscossa per il duo, che fa così un ulteriore passo avanti rispetto al già promettente esordio The Function Room (2004). (6.8/10)

In quanto glaswegiani, i quattro Twilight Sad hanno invece molto più in comune con le band della Chemikal Underground (loro, invece escono per Fat Cat): attingono dal folk celtico come i De Rosa, sviluppano muri sonori simil– post alla Mogwai, si affidano all’aspro accento locale come gli Arab Strap e si abbandonano a languidezze dense di epos come i recenti Aereogramme. Quello che però li caratterizza è soprattutto la smaccata impronta shoegaze che danno al loro suono, in partenza acustico ma quasi sempre soffocato da distorsioni, echi, riverberi e wall of sound, mantenendo la scrittura enfatica ed aperta. Nei paragoni di presentazione è stato scomodato persino il genio di Van Dyke Parks; troppa grazia per una band non meno che buona. Nulla più. (6.5/10)