
Si farebbe cosa assai saggia se, nell’approcciarsi alla nuova opera commissionata da Angelica e Altro Suono Festival al compositore e violinista Eyvind Kang, si evitasse di assecondare la naturale propensione a confrontarla con altri due imponenti lavori dedicati, in epoca moderna, alla leggendaria isola platonica - si vuol dire, qui, l’Atlantis del 1959 di Morton Feldman e quella, del 1995, di Peter Eötvös. Non tanto, o non solo, per l’evidente dislivello qualitativo; quanto perché al linguaggio modernista utilizzato da Feldman ed Eötvös, il pupillo di Zorn ha preferito, come da tradizione, la fedeltà filologica, la passione dell’archeologo, il vezzo dell’anacronismo – a rischio di ricoprire il tutto con una spessa coltre di stantio.
Nelle dodici composizioni di Athlantis, eseguite magistralmente dal coro da Camera di Bologna, dalle voci soliste di Mike Patton e Jessika Kenney, dall’Ensemble di Ottoni di Modena, dalle chitarre di Alberto Capelli e Walter Zanetti,si alternano, in un allegorico viaggio meta-temporale, il canto gregoriano di Inquisitio, il corale di Andegavenses,la fascinazione per l’Islam medievale di Ros Vespertinus, lo sprechgesang di Athlantis a musicare testi esoterici - in latino - di Giordano Bruno e Marbodo di Rennes.
Sì che le concessioni al minimalismo di Iupitter e Repetitio, l’eccessiva cura del suono apprestata in studio - gentile concessione dei Thilges 3 Nic Hummer e Gammon - a giochi fatti (il concerto si è tenuto presso il Teatro Comunale di Modena nel maggio del 2006), non giovano all’economia complessiva del lavoro – il cui ascolto, su disco, diventa esperienza stucchevole, poco digeribile, difficile, assai difficile a conti fatti, da mandare giù. Guardarlo dev’essere stata un’altra cosa.
(5.5/10)