
Quella di reinterpretare autori classici come Bach e Mozart in chiave jazzistica non si può definire una grande innovazione, soprattutto da quando Keith Jarrett ne ha fatto una bandiera stilistica per farsi conoscere al grande pubblico. Un po’ meno scontata è l’operazione di Enzo Orefice di adottare temi “classici” come standard sui quali improvvisare, senza rimanere fedeli alla pagina scritta. L’idea in sé è interessante, non c’è dubbio, anche se, purtroppo, il risultato non lo è altrettanto.
Si sa, il jazz, almeno quello più conformista, maggiormente legato agli stereotipi del be-bop (tema-improvvisazione-ripresa del tema) ormai interessa soltanto chi lo pratica, chi ricerca la raffinatezza nella singola improvvisazione, chi ama perdersi nei “discorsi” improvvisativi, nelle educate trasgressioni a regole da tempo superate. Da questo punto di vista, sembra che non siano passati che pochi anni da quando una manciata di anticonformisti che si chiamavano Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Thelonious Monk, nei lontani anni ’40 sconvolse il jazz rovesciando completamente i principi di quella che, alla fine degli anni ’30, stava diventando una musica iper-conformista (la ballabilità e la compostezza).
La storia del jazz, così come quella di molte altre musiche, ha visto, nel corso degli anni, svilupparsi due correnti: una radicale e progressista che, attraverso il fondamentale passaggio del free jazz, ha liberato totalmente l’atto improvvisativo; e un’altra più conservatrice, quella del revival-bop, rimasta incastrata in un manierismo di “consumo” che, rimanendo legato a stereotipi di gran lunga accettati dalla società, si scrolla di dosso tutti i rischi e le difficoltà della ricerca artistica e se ne sta comodamente relegata nel confortevole cantuccio dell’intrattenimento. Nonostante le buone intenzioni, il quartetto di Orefice non si scosta molto da quest’ultima posizione, mantenendo immutate le regole del gioco pur cambiando il colore delle pedine. Invece delle straclassiche Blue Moon e What Is This Thing Called Love? il pianista campano preferisce prendere a modello per gli assoli le Danze Ungheresi di Brahms, gli Studi per pianoforte di Chopin, le Suite di Bach e brani famosi, ormai popular, tratti dal repertorio classico-romantico, come Per Elisa di Beethoven. Ma le buone idee e la bravura tecnica dei musicisti non riescono ad evitare di far precipitare il tutto in un’atmosfera sonnolenta: le soluzioni sono scontate, i temi lasciati da parte per essere ripresi solo nel finale, Schubert e Mozat che nella trasformazione perdono tutta la loro carica drammatica per riscoprirsi jazzisti da osteria. Tra le cose migliori risultano, invece, gli arrangiamenti della Sarabanda e dell’Allemanda in Sol minore di J.S. Bach. Qui, il rispetto delle costruzioni contrappuntistiche rende più affascinante l’atto dell’improvvisazione e lascia più libertà alle strutture. I quattro musicisti firmano soltanto dei brevi interludi solistici che, incasellati tra i brani, completano un lavoro discreto, forse troppo, che, in punta di piedi, tra un ascolto e l’altro, se ne va indisturbato verso il suo destino.
(5.8/10)