
Il ritorno dell’elettronica pura. Astrazione matematica. Spingersi oltre le dimensioni conosciute e investigare spazi nuovi, stroboscopi di sensazioni robotiche e precisissime. Il sogno electro incarnato nella perfezione degli strumenti contemporanei. Nuovi orizzonti che inevitabilmente vanno a rifocillarsi dell’archivio degli Autechre e delle ricerche puntigliose di Keith Fullerton Whitman. Ancora una volta l’ombra dei Kraftwerk, ossessione e riflessione, 2007 volte quest’anno. Matematicizzazione dal collettivo/gruppo misterioso proveniente (forse) da Detroit, nerd del mascheramento, imperscrutabili amanti delle dimensioni superiori della fisica quantistica.
Nei titoli del nuovo lavoro scorrono fasci di superstringhe, superfici non visibili ad occhio nudo. Formule e numeri già intuiti nel lavoro di Arpanet, l’oscuro progetto parallelo del collettivo filosofico-musicale Drexciya (un miraggio che non ha identità, collettivo à la Wu Ming, destabilizzatore della scena techno da sempre). E come nel lavoro archeologico del bostoniano KFW sopraccitato, la ricerca sonora qui si spinge al rifare il vecchio. Non con strumenti originali, bensì con il massimo del contemporaneo: troverete quindi suonini (stupendo il coretto di theremin nella suite Hyperelliptic Surfaces), click, riverberi ping pong (Compactification) effetti stereo (destabilizzante il gioco di panning in Holomorphic N-0 Form), voci superfiltrate (l’oscurissimo pattern ligetiano di Non Vanishing Harmonic Spinor), paesaggi che isolano l’ascoltatore in un’esperienza che si situa al confine tra ricerca e fascinazione per il sublime, condita in generale da echi dark (Hypersurface). L’electro che vira pesantemente fuori dal dancefloor, ritrovando ancora una volta la sua componente di ricerca, il suo purismo un po’ snob, fatto per geek dell’orecchio.
Ovviamente la cassa dritta non può esserci. Le canzoni hanno pattern dilatati, prive di crescendi o climax, le atmosfere si fanno rarefatte, proiettando dimensioni nuove. Non è l’ambientechno di Aphex Twin o il post-folk di Nathan Fake. Qui non ci si sporca con le strutture canoniche, si va oltre, cercando il suono perfetto e lasciando da parte il pop. L’unico punto di collegamento con le scene 07 è la sensibilità dark che ritroviamo come marchio di fabbrica nel grime londinese. Nasce quindi un nuovo ibrido, una nuova mescolanza sonora: chiamiamolo per ora tech-grime. Per chi ama questi paesaggi lunari, il disco è sicuramente un must (8.0/10); per i non avvezzi, ripetere l’ascolto fino alla mutazione robotica dei timpani. (7.0/10)