
Qualunque sia il nome del gruppo titolare del disco, qualunque sia la provenienza, quali che siano gli interessi musicali sottesi, di una cosa si può esser certi: se nelle note di copertina compare il nome di Paolo Messere, ci si trova davanti a un’opera di confine. Qualcosa di difficilmente classificabile, spesso in bilico tra orientamenti musicali differenti, tuttavia quasi mai risultato di un girovagare peregrino e senza senso o di idee poco strutturate.
Nel caso degli avellinesi Deny, il Nostro compare nelle vesti di produttore aggiunto, arrangiatore – con il gruppo – e musicista, contribuendo a modellare un suono che sa di psichedelia, post-rock, blues, noise, ma al tempo stesso evita di dichiarare apertamente le proprie infatuazioni. Mascherandole grazie a un processo di rielaborazione che non lascia quasi nulla al caso, a un amore per le dilatazioni sensate, a uno stile che riesce ad uniformare i diversi input generando crescendo viscerali (Charles Bonnet Syndrome), viaggi interstellari (Leave Me High), distonie (Leaves Of Grass), reminiscenze claptoniane in salsa post-rock (Only Love To...). Il merito di tutto va soprattutto a musicisti capaci e tecnicamente preparati, che pur pagando pegno, talvolta, in termini di lucidità, non mancano di regalare momenti di rock di sana e robusta costituzione.
(6.7/10)