
La “cosa” di Daniel A.I.U. Higgs intitolata Atomic Yggdrasil Tarot è un oggetto strano (in edizione limitata di 4000 copie, per il cd, di 900 per il vinile): un packaging rigido con fuori simboli pseudo-patafisici, dentro (oltre al cd) riproduzioni di quadri in stile surrealista-ancestrale, dipinti dall’autore, accompagnati da “poesie enigmistiche” fatte sviluppando una parola alla volta come acronimo (da A.B.Y.S.S. a L.I.G.H.T.). Più difficile scriverne che leggerne. Qualche curiosità monta, per capire in che modo si potrebbe orchestrare un correlativo musicale a tanto avanguardismo novecentesco. Quel correlativo è un po’ millenarista, un po’ patetico, un po’ mistico, un po’ struggente. La musica è sporchissima, psichedelica, quasi unicamente per sola chitarra distorta e ultralo-fi. Le armonie si situano a metà tra la composizione indiana – già a partire da Luminous Carcass Ornament –, la “vanguardia” (Spectral Hues) e la ricerca intimista delle scale blu. Che bella scoperta, direte, dopo generazioni di freak indiofili blues e inneggianti alla purezza del suono orientale. Converrete certo che è mica facile improvvisarsi in questi frangenti dopo John Fahey – citandolo sia nei suoi inizi che negli sviluppi mistici (Cocoon On The Cross). Bene. Ma la novità è la sporcizia del suono; e comunque questa è roba che difficilmente può essere giudicata con la categoria vecchio/nuovo.
Si potrebbe perdonare questa persona per una sua presunta ingenuità. Ma Daniel Higgs è il cantante dei Lungfish, più che ventennale formazione post-hardcore (dischordiana), e nasce come poeta. I Lungfish affrontano il discorso orientale da dieci anni ormai. Nessuna ingenuità. Ma io premierei comunque Daniel, per due cose. La prima è che nasce come poeta, e qui non ha la pretesa di usare parole, almeno nella parte musicale. La seconda è che sembra rendersi conto del nostro giudizio frettoloso, e ciononostante non usa nessuna tecnica retorica per difendersi. E allora (7.0/10).