
Sul portale di discografie Discog, Ceephax c’ha una foto niente male: capello lungo stile Aphex bisunto, birra da sessantasei in mano e maglione di merda. Come se non bastasse un’espressione da metallaro idiota per la serie “facci una faccia alla Ozzy, Andy!”. Andy di cognome fa Jenkinson e suo fratello maggiore è Tom, ovvero Squarepusher. Metti pure sul piatto le ultime due fatiche del ragazzo, tutte acid e sperimentazioni Universal Indicator (la serie più avant della produzione Rephlex) e già te li vedi litigare quei due. “Lo stile slap fa schifo e pure tutte quelle trovate jazz-fusion elettro-acustiche!” Mi sa che Andy è un gran freak, di quelli che nei Sessanta si sarebbero fottuti di acidi.
Altro che quella fighetta di Luke Vibert, l’approccio del nerdone al classico sound di Chicago non è per nulla morbido, anzi, Ceephax praticamente è un esperimento di clashing tra due elementi: ambient di stampo IDM minimale da un lato, e trip/orge Roland e drum machine dai settaggi hardcore dall’altro. Sono lame a doppio taglio: alle volte si creano delle strane convergenze, altrimenti convivono forzatamente due anime incompatibili. Questa la magia/limite del doppio volume tutto, un gioco che tuttavia quando riesce è tanto brutto quanto terribilmente fascinoso. Senza dimenticare che Andy è un efficace tessitore di incubi post rave come Ravenscar, nello stile di Aphex depurato dai breakbeat. Probabilmente Ceephax è il miglior acid-maker della sua generazione, capace anche di dialogare con il fratello tramite certe cose easy listening rullate dentro il miasma analogico-lisergico. Per una volta abbiamo due album che non basano tre quarti dell’arrangiamento su un putiferio di breakbeat in tutte le salse. Basta drill. Datemi l’acido. Anche se forse è tardi…
(6.5/10)