
In occasione dell’esordio solista, Germano Bonaveri ci mette onestà, impegno, passione. L'ex vocalist dei Resto Mancha è autore dei testi e di gran parte delle musiche, prodotte "artisticamente" dal saggio Beppe Quirici. Con una certa cocciutaggine (non priva di una certa ostentazione), persegue la strada del cantautorato, accettando i vantaggi e i rischi di una mappa ben tracciata. Non a caso, la scaletta somiglia ad una passerella di modi arcinoti: c'è la trafelata arguzia di Finardi in C'è chi (e chi), c'è un bel po' di Vecchioni nella title-track, c'è parecchio Guccini in Torquemada e c'è la tensione meditabonda di Fossati in Delle diversità. Altrove il gioco è più complesso, le carte vengono mischiate con una certa perspicacia, allora t’imbatti in un Guccini spiritato Capossela (Non dimenticare), in un Fossati altezza La pianta del tè inalberato Avion Travel (Terraferma), per non dire di quella Stato sociale che mambeggia come un Sergio Caputo engagé (praticamente un ossimoro).
Andrebbe tutto bene, non fosse per il fatto che Bonaveri sembra prigioniero di quel piglio da esponente d'una schiatta sempre più rara, una presunzione romantica e un po' supponente che smorza l'empatia. Allora anche i testi migliori finiscono col sembrare una prosopopea cui la musica si presta quale chaperon garbato, accorto, prezioso (flauti, oboe, clarino, violoncello, pianoforte...) ma tutto sommato innocuo. Come è proprio dei cantautori. Di certi cantautori (non ho citato, difatti, De André).
Certo, non mancano i bei momenti, come quella Oltre l'arcobaleno animata da quel filo di rabbia in più e da una bella libertà folk-prog, o quella specie di acquarello dub nelle strofe di Indelebile, o la fanfara medievale ne Il mago. Però manca sempre qualcosa. Anzi, c'è sempre qualcosa di troppo: i fantasmi di cui Bonaveri dovrà liberarsi, prima di continuare.
(5.5/10)