
Gli Zincs di Jim Zinc sono una band inglese ormai impiantata a Chicago che se ne esce con il terzo disco, Black Pompadour – registrato e mixato da John Mc Entire.
Jim ha suonato la chitarra nei Sophia, e il suo incedere vocale e alcune ballate del disco (Dave The Slave) ricordano la rassegnazione di Sheppard. Ma Jim canta pure come un Calvin Johnson (Coward's Corral) che avesse finalmente capito che non necessariamente deve fare la macchietta; una voce americanissima, soul quanto può esserlo l’ugola di Casablancas.
Una cosa è certa: gli Zincs di Black Pompadour sono ancora un gruppo derivativo, pressoché sotto ogni aspetto, ma se questo avviene nella tradizione soffice del pop, e se le canzoni convincono, è un dato e non una conclusione. Si parte che con più tradizione non si può, cioè con una Smiths-ata (Head East Kaspar); ma presto balugina una chitarra psichedelica alla Tom Verlaine, che per quanto già sentita è sempre fresca e arida insieme, come le lande tarantiniane di Burdensome Son. E ci sono anche brevissime e sparute invenzioni chitarristiche curiosamente no-wave (Finished In This Business).
Accenni desertici che non si confanno a una band inglese, e che appunto la permanenza negli Stati Uniti, il mito delle sue distese attraversate tra un concerto e l’altro, hanno dilagato con altri americanismi nelle composizioni del disco, con effetti (Lost Solid Gold) anche vicini ai Low meno felici (in senso critico), ma generalmente più che discreti. E, a proposito di Sparhawk & Parker, ci viene da pensare ai nostrani Franklin Delano, altra band che ha preso sul serio l’imprinting americano per la propria musica, e vi si è confrontato con nonchalance. Probabilmente un po’ meglio, ma siamo ad alti livelli.
(6.8/10)