
Album d'esordio per Matthew Thomas Dillon, ventiseienne da Newport Pagnell, cinquanta miglia a nord di Londra, più o meno. Quanto alla musica, le coordinate sono un po' meno semplici, ma non si rischia certo di smarrirsi: c'è il sogno totale dei tardi Mercury Rev e quello avariato dei Flaming Lips di mezzo, c'è l'afflato corale dei Polyphonic Spree a pettinare turbolenze Arcade Fire, ci sono stranianti decori elettronici e found voices che ricordano sia l'ipnosi videogame dei Grandaddy che il patchwork elettroacido dei Bran Van 3000. Soprattutto, c'è il piano a comandare quasi sempre la marcia, definendo assieme alla voce (un semifalsetto indolenzito non lontano dal più sghembo Wayne Coyne) e agli archi un senso di solitudine romantica, memore tanto dell'afflizione teatrale Big Star quanto dei vaticini lunari Waterboys (Boarding Lounges), salvo accendere spesso e volentieri caroselli dream-glam in sella al drumming roboante-robotico (nell'iniziale Tokyo Moon, nella cinematica Asthmatic, nella carezzevole Fluorescent Lights...).
Detto poi di una ballad che prefigura i Pavement più allampanati nell'antro del mago Linkous (Plastic Pre-Flight Seats), di una Replace Me che sciorina il fantasma di un gospel affranto e di quella Fit che benedice d'archi carezzevoli e sbuffi d'ottoni una emerita miscellanea Lips/Rev/Spree, non resta che prendere atto di questo lavoro sostanzialmente privo di soluzioni soniche originali ma dalla scrittura intensa, pienamente convinta delle angosce e delle visioni che mette in gioco.
(6.6/10)