
William Parker è un (contrab)bassista newyorkese classe '52, sbocciato all'ombra del grande Cecil Taylor e cresciuto a stretto contati di calibri come David Ware e Roscoe Mitchell, senza disdegnare escursioni/evoluzioni con Spring Heel Jack e DJ Spooky. Un tipo aperto insomma, così come la sua concezione di musica - pervasa di spiritualità affrancatrice - e di leadership, attenta e bendisposta ad accogliere le iniziative/attitudini dei compagni di viaggio. Il combo Raining On The Moon, solo uno dei suoi molti progetti, si avvale del quartetto-base di Parker (Lewis Barnes alla tromba, Rob Brown al sax alto e il grande Hamid Drake al drumming) con l’additivo della voce di Leena Conquest (splendida cantante, ballerina e autrice di versi) e – per la prima volta - della sorprendente pianista Eri Yamamoto.
Il risultato è una trepida tensione sintonizzata sulle frequenze avant e stilose tipo Hancock e Shorter periodo davisiano, il tutto corroborato da una pervadente vena soul-spiritual e da repentini sfilacciamenti free (si prenda la splendida Soledad, quasi dieci minuti di densa agilità ritmica, ricami accorti, denso sviluppo melodico ed assolo febbrili). Lungo tutto il programma la tensione tra impegno e lirismo si risolve in una calda e generosa vitalità, evocando talvolta la solenne amarezza gospel di Mingus (vedi i rallentamenti bandistici di Tutsi Orphans), talaltra la metodica trasfigurazione blues di un Davis (la circolarità ossessiva di Land Song). Calore e generosità quindi, sia nella speranzosa title track - ballad dalla malinconica euforia, inno panico e assieme auspicio di liberazione - che nei duetti piano-voce di Prayer e Poem For June Jordan, laddove il pathos a dire il vero rasenta l'eccesso.
Diciamo che la disinvolta scorrevolezza funk di Doctor Yesterday ed il boogie smussato di Gilmore's Hat sono l'opportuno contrappunto, col loro sciogliersi emotivo in un pullulare pastoso di squilli e vampe. Lo stesso dicasi per quello che forse è il pezzo migliore del lotto, una Old Tears che ciondola urbana e vaporosa, stropicciata come ogni blues dal cuore indolenzito, il lavorio palpitante del basso una fanghiglia inquieta su cui gli assolo soffiano volatili. Nient'altro che un bel disco, lenitivo per cervelli stanchi di pessimismo.
(7.0/10)