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Von Spar – Self Titled (Tomlab /  Wide, 4 maggio 2007)

di Gianni Avella

I Von Spar debuttano nel 2004 con un lavoro, Die Uneingeschränkte Freiheit Der Privaten Iniziative, (L'Age D'Or), assolutamente in tema – sono passati appena tra anni ma sembrano eoni – con l’allora febbrile mania punk-funk. A tre anni quindi da quel debutto, un intervallo in cui il gruppo da trio si è evoluto in quintetto, la musica svolta altrove.

Vengono da Colonia, patria dei Can, epicentro acculturato del krautrock che si manifesta nella prima metà dell’album: Xaxapoya apre con un drone vagamente sinistro che accompagna una batteria tribale. Si leva un synth vacillante, il drumming si fa sempre più maniacale e una voce, un guaito opprimente si insinua. Siamo al dodicesimo minuto e potrebbe già essere abbastanza; ma inaspettatamente si innalza un sequencer, il preludio: il ritmo prende forma, la batteria si fa quadrata e parte un motorik kraut-wave. Si ritorna, nelle intenzioni, al debutto, ma il serrate è severo e la voce nevrotica, come se i Polyrock volessero fare i Devo. Si termina stremati.

In Dead Voices In The Temple Of Error l’argomento si fa più pastoso e pesante. La voce passa attraverso un filtro e la batteria scandisce accenti doom. Persino la chitarra, ora più solenne, vira in certi lidi a là Goodspeed You! Black Emperor; anche qui, però, si deraglia, questa volta dalla parti dello sludge più slabbrato, in una terra di nessuno tra Black Sabbath e Godflesh. Se prima ne si è usciti stremati, ora si è in trappola.

Due canzoni per quaranta minuti di musica. Raramente, oggi, si ascolta un disco come quello dei Von Spar, quasi mai si è dinanzi ad un lavoro cosi compiuto. Caustici!

(8.0/10)

 

  • post-kraut
  1. Xaxapoya
  2. Dead Voices In The Temple Of Error