
Teresa Salgueiro, musa del fado, varca idealmente l'oceano per abbracciare una passione da sempre covata, che i tour brasiliani dei suoi Madredeus hanno via via ravvivato. Così, dopo l'antipasto di Obrigado (EMI / Capitol, ottobre 2005) - antologia di collaborazioni e duetti con Veloso e Branduardi tra gli altri - la carriera solista della trentottenne portoghese si avvia nel segno della bossanova, discretamente sbilanciata sul versante jazz. Grazie ai buoni uffici del pianista João Cristal, leader di un settetto residente a San Paolo, ha selezionato ventitré tracce dallo sterminato repertorio popolare brasiliano, finendo per chiamare in causa soliti noti come Tom Jobim e Chico Buarque ma anche i meno consueti ma altrettanto leggendari Pixinguinha (l'inventore del choro) e Dorival Caymmid.
Aspettatevi quindi tutti i guizzi amarognoli e le oblique allegrie del caso, tenendo presente che la band si dimostra abilissima tanto a cucinare mestizie (la setosa Estrada do sol, l'estatica Inutil paisagem, la toccante Risque, la languida Insensatez...) quanto sbrigliati disimpegni (l'arguta Lamento, l'impagabile A banda, la sorniona P´ra machucar meu coração, l'incalzante title track...).
E la voce di Teresa? E' la piuma che ti accarezza, il lenitivo carezzevole, il sorriso che stempera le malinconie, un volo di farfalla di peltro e seta. Nessuna ostentazione, per quanto svolga il compito col garbo sofisticato che conosciamo. Teresa interpreta ogni canzone come se fosse un sorso dissetante, un palpito naturale, anello di quella catena di meraviglie che tiene insieme ogni giorno la vita. Il suo fascino disarma perché è terreno e miracoloso assieme, come un prodigio metabolizzato nell'anima da generazioni. Anche per la naturalezza - soprattutto per la naturalezza - occorre un grande talento.
(6.9/10)