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Steve Jansen – Slope (Samadhisound / Self, dicembre 2007)

di Edoardo Bridda

Intimamente conservatrice eppure progressista, la Sylvian family lo è da sempre. Sin da quando David e il fratello Steve erano nei Japan e ancor di più quando il primo intraprese, sempre con l’aiuto del secondo, la carriera solista. Il canovaccio si caratterizza, oggi come allora, dal crooning adult-intimista del cantante e dall’essenzialità del batterista quando è semmai l’arrangiamento, di volta in volta, a cambiare e caratterizzare i lavori. Arrangiamento che si traduce in numerosi ospiti, in combinazioni di essi, sempre illustri e dal sicuro impatto (Fripp, Hassell…). Pure il bel Blemish, benché rivestito al qbase non inganna, ci troviamo i consueti modi dei due e Derek Bailey a giocare in contrappeso, come identico (se non retroattivo) il nuovo progetto con Burnt Friedman,  Nine Horses, firmato sotto moniker non a tre.
Le etichette, e nemmeno i computer, cambiano ad ogni modo una sostanza che se è variata in questi anni non è di certo nelle dinamiche di base, semmai a mutare è la portabilità della tecnologia - con la quale la coppia ha preso decisiva confidenza - il fattore chiave. La Samadhisound non è che l’escrescenza più visibile di un nuovo modus operandi più in piccolo, più veloce e affidabile. Laptop e label di proprietà dunque, come ideale piattaforma per pubblicare album in un tempo ragionevole e senza troppi dispendi economici e soprattutto di tempo (David e Steve abitano tra Londra, New York e il Giappone).
In conseguenza di tutto ciò, il primo album solista di Steve Jansen arriva soltanto ora. È un nuovo-vecchio album in famiglia, con Sylvian naturalmente (in due brani) e gli ospiti in joint venture. Si diceva del laptop, se ne fa un uso importante, tuttavia non manca il proverbiale suonato e soprattutto, ammette lo stesso batterista, questo è un lavoro sulla forma-canzone. Si tratta perlopiù di eleganti landscape dalle ritmiche chirurgicamente scomposte, sulle quali una manciata di cantanti punteggiano la consueta umanità elegante ed essenziale (una splendida diva digital-soul, simile all’ultima Niobe, Anja Garbarek, in Cancelled Pieces, la cristallina Nina Kinert in Playground Martyrs (Reprise) e, diciamo, un Sylvian più secco, ovvero, Theo Travis in Sleepyard).
La cifra soul-noir del lavoro, la sua unità che si gusta come un brandy, è ancora la medesima e questa, signori, è musica adulta, adattamento per grandi d’arrangiamenti software fino a ieri dominio di smanettoni hardcore del ritmo complicato e ora (dopo il maquillage 2-step), soundtrack di salotti per quarantenni. La minuteria sampledelica, gli astrattismi (fourth)world, quell’architettura Blade Runner, sono l’attuale progressismo a contorno del consueto conservatorismo. A voi la scelta della valenza dei termini, positiva o negativa che sia. Noi siamo moderati. Li amiamo. Ma non possiamo fare a meno di criticarli.

(6.5/10)

 

  • elettronica, ambient
  1. Grip
  2. Sleepyard, featuring Theo Travis
  3. Cancelled Pieces, featuring Anja Garbarek
  4. December Train
  5. Sow The Salt, featuring Thomas Feiner
  6. Gap Of Cloud
  7. Playground Martyrs, featuring David Sylvian
  8. A Way Of Disappearing
  9. Ballad Of A Deadman, featuring Joan Wasser and David Sylvian
  10. Conversation Over
  11. Life Moves On
  12. Playground Martyrs (Reprise), featuring Nina Kinert