
Intimamente conservatrice eppure progressista, la Sylvian family lo è da sempre. Sin da quando David e il fratello Steve erano nei Japan e ancor di più quando il primo intraprese, sempre con l’aiuto del secondo, la carriera solista. Il canovaccio si caratterizza, oggi come allora, dal crooning adult-intimista del cantante e dall’essenzialità del batterista quando è semmai l’arrangiamento, di volta in volta, a cambiare e caratterizzare i lavori. Arrangiamento che si traduce in numerosi ospiti, in combinazioni di essi, sempre illustri e dal sicuro impatto (Fripp, Hassell…). Pure il bel Blemish, benché rivestito al qbase non inganna, ci troviamo i consueti modi dei due e Derek Bailey a giocare in contrappeso, come identico (se non retroattivo) il nuovo progetto con Burnt Friedman, Nine Horses, firmato sotto moniker non a tre.
Le etichette, e nemmeno i computer, cambiano ad ogni modo una sostanza che se è variata in questi anni non è di certo nelle dinamiche di base, semmai a mutare è la portabilità della tecnologia - con la quale la coppia ha preso decisiva confidenza - il fattore chiave. La Samadhisound non è che l’escrescenza più visibile di un nuovo modus operandi più in piccolo, più veloce e affidabile. Laptop e label di proprietà dunque, come ideale piattaforma per pubblicare album in un tempo ragionevole e senza troppi dispendi economici e soprattutto di tempo (David e Steve abitano tra Londra, New York e il Giappone).
In conseguenza di tutto ciò, il primo album solista di Steve Jansen arriva soltanto ora. È un nuovo-vecchio album in famiglia, con Sylvian naturalmente (in due brani) e gli ospiti in joint venture. Si diceva del laptop, se ne fa un uso importante, tuttavia non manca il proverbiale suonato e soprattutto, ammette lo stesso batterista, questo è un lavoro sulla forma-canzone. Si tratta perlopiù di eleganti landscape dalle ritmiche chirurgicamente scomposte, sulle quali una manciata di cantanti punteggiano la consueta umanità elegante ed essenziale (una splendida diva digital-soul, simile all’ultima Niobe, Anja Garbarek, in Cancelled Pieces, la cristallina Nina Kinert in Playground Martyrs (Reprise) e, diciamo, un Sylvian più secco, ovvero, Theo Travis in Sleepyard).
La cifra soul-noir del lavoro, la sua unità che si gusta come un brandy, è ancora la medesima e questa, signori, è musica adulta, adattamento per grandi d’arrangiamenti software fino a ieri dominio di smanettoni hardcore del ritmo complicato e ora (dopo il maquillage 2-step), soundtrack di salotti per quarantenni. La minuteria sampledelica, gli astrattismi (fourth)world, quell’architettura Blade Runner, sono l’attuale progressismo a contorno del consueto conservatorismo. A voi la scelta della valenza dei termini, positiva o negativa che sia. Noi siamo moderati. Li amiamo. Ma non possiamo fare a meno di criticarli.
(6.5/10)