
È da un po’ di tempo che i buoni vizi funk(no)wave che percorrono la spina dorsale dell’underground losangelino tentano d’uscire dall’anonimato; uno di questi in cui crediamo sono i Silver Daggers, un trio (allargato a quintetto) che scazzando la cover dell’omonima canzone di Joan Baez ha pensato di darsi all’avant garage più cangiante trovando presto a New York (e a casa Load) un ideale bomber dal quale sganciare i propri sproloqui.
I cinque fanno jazz-core al fulmicotone iniettato di Lower East Side, ammorbato dalla SST e assillato da nervosismi assortiti e sono una band tutt’altro che avvezza al culto del dilettantismo: Jackson Baugh (voce e chitarra) potrà anche depistare con quel cantato à la David Thomas, ma sentite quella sei corde: c’è un nervosismo particolare, un preciso funk ridotto a un brandello, piccole scariche sulle quali s’inseriscono il sax coriaceo di Jenna Thornhill o la tromba spastica di WIlliam Stangeland Menchaca. Un treno. E comunque in corsa verso il caos Lightning Bolt, a frenare ci pensano l’asciutto (ma caotico) batterista Marcus Savino e il devoto albiniano Steven Kim al basso (soprattutto lui). Sempre se i due non vengono relegati in fondo alla sala per dar spazio a un interplay che contempla una tela di tastiere-serpente (si sa mai che pensino di non avere un suono abbastanza incisivo). Al capitolo paragoni troviamo gli olandesi The Ex, veterani nell’unire jazz al punk, più che i No Means No (il basso si però), oppure i nostrani Zu (ma sono molto più dispersivi), detto questo è la componente New York, di ieri e di oggi, la variabile determinante e qualcuno, a proposito d’iniezioni d’angolarità, già li antepone all’LCD Soundsystem. Il funk c’è ma state in guardia: prima di ballare i Silver Daggers è meglio munirsi di coraggio. E noi ce l’abbiamo. Ci potete credere.
(7.2/10)