
Signore e signori, un nuovo (sotto-)genere è servito. Si chiama kitsch-core, e a inventarlo, codificarlo e apportarvi scrupolosa manutenzione sono stati questi quattro norvegesi, già alle prese con un giro tutto loro (anche alle prese con dei certi Jaga) che si sono autodotati di rara coerenza e (anti-) piacevolezza d’ascolto. Già con In The Kingdom Of Kitsch You Will Be A Monster (Rune Grammofon, 2005) eravamo davanti a una bella scorpacciata di elettronica teorica e applicata (a devastazioni jazzcore, a tirate malsane, a indelicatezze stilistiche): qui la schizo-follia diventa semplicemente dogma inc(ont)rollabile.
Si parte, guardacaso, con la title track del disco precedente: attacca brutale pattoniano, cambio prog-fusion con venature noir, flauti Jethro Tull in salamoia, synth ultra-tamarri, sagra dell’esoso. Il regno del kitsch, precisamente. E poi lo splendido Psalm, roba che sembra uscita dalle menti raffinate del Boxhead Ensemble e quindi centrifugato da sibili e distorsioni pesantissime, crescendi della sezione ritmica minacciosa tribaloide/industriale, vocalizzi di soprano morriconiano, cut-up, folgorazioni collettive electro-dissonanti.
Il contorno, da bravi gourmet, è niente popodimeno che teatrino pinocchiesco con disturbi delle chitarre (1:4:9), sortite Tomahawk (Asa Nisi Masa), tango che scimmiotta a mo’ di Wendy Carlos un oldies dei ’40 (Moonchild Mindgames), ibrido speed-metal/Henry Cow (Stalemate Longan Runner), riffoni Neurosis e jam acrobatiche (Fight Dusk With Dawn) e - rullo di tamburi - concertazione Bach-iana di moog mellifluo che termina con una fanfara pacioccona delle tastiere.
E’ un disco che sembra fare a gara di chi la spara più grossa. Ma è anche il loro più angoloso, sconcertante, sordido, quasi senza speranza. Non c’è solo la volontà eretica o lo spunto caricaturale, c’è una sottile carica psicotica degnamente ritradotta in scale, accordi, linee melodiche, e a sua volta immersa in caterve di dissonanze. E’ un processo subliminale che ha a che fare con i migliori parti del rock progressivo. Un nuovo genere, appunto.
(7.0/10)