
Era dal 2003 che correvano voci insistenti a proposito di un nuovo disco di Genesis P-Orridge sotto la sigla che da sempre lo accompagna, gli Psychic Tv. C’era stato, è vero, un tour mondiale con una giovane lineup l’anno successivo che aveva mostrato una rinnovata formula rockista poi però tutto parve concentrarsi nell’affare reunion dei Throbbing Gristle e così l’album rimandato a data da destinarsi.
Quest’anno le cose si sono messe in sesto: ad aprile, dopo ripetuti ritardi, i TG interrompono il silenzio discografico con un lavoro immenso, ma non passano due mesi che Genesis bissa con Hell's Invisible Is Her/e il nuovo album degli Psychic giunto a destinazione dopo ben due anni di session intermittenti. È stata una mossa necessaria e significativa per il cantante perché il nuovo sforzo, definito dallo stesso musicista come “il Dark Side Of The Moon del nuovo millennio”, segna il definitivo superamento di un lungo periodo di transizione che lo ha coinvolto a partire dalla depressione di fine Novanta ed è continuato con l’insediamento in una nuova identità sessuale nel Duemila spaccato.
Nonostante le sue scelte siano apparentemente folli, Orridge non è impazzito, lavora su se stesso con estrema visceralità e se citare i Pink Floyd pare un’eresia, è questione di saper ascoltare e vedere. L’albuminfatti, per chi lo vuole leggere tra le righe, rappresenta una ricongiunzione con il passato più remoto del musicista. Poiché signore e signori, al pari di un Ferretti, anche l’ex ragazzo industriale è tornato a casa. Dove? Tra le mura di un deriva psichedelica con la quale tra il 1975 e 1976 alcune penne avevano descritto la primissima musica dei Gristle, una dark side del sogno sessantottino degenerata in cupe lacerazioni rumoriste e strazianti urla. Dunque Genesis hippy o freak rinnegato sì, proprio lui, un’ipotesi falsa solo per chi non l’ha conosciuto bene, un’evidenza che il nuovo lavoro ri-conferma disegnando i confini di una personale Altamont sonica per il ventunesimo secolo, una formula che pesca a piene mani dal lato scuro di fine Sessanta, ammiccando con l’esoterico e il comunitarismo mansoniano.
Sono premesse che la performance – di un ora e tredici minuti – del nostro non tradisce, anzi, a sorpresa (e a riprova dello stato di salute attuale) Hell’s è tra le migliori prove del repertorio solista di sempre, uno zibaldone di rockismi bagnati nell’acido attraverso almeno tre decadi di rock (e diramazioni), un oracolo in grado di superare il trash a favore di una forma espressiva che se da una parte trascende il ludico e il ridicolo, dall’altra si concede all’eccesso (’90) come all’infantilismo (’60), all’estetica del make up (’70) come a quella dell’occultismo più gotico (‘80). Orridge canta con potente carica iguanesca e viscerali romanticismi (echi che virano persino verso il primo Bono in Lies, And Then!), altrove si rivela angosciante come ai tempi dei Throbbin’ (In Thee Body tra ululati e necrofilia), oppure si concede un mantra (Milk Baba), una posa in omaggio agli amati Brian Jonestown Massacre (Maximum Swing), oppure una narcosi stile Sunday Morning (New York Story). Tanta roba certo, ma quel che più ci piace è questo surfare satanasso sopra i generi da icona, da grande performer. Da rockstar. Personaggio oltre e basta, Genesis, generoso, duttile, indipendente. Troppa forse è la carne al fuoco ma il canovaccio più solido di quanto sembri, una band di giovani newyorchesi compatta e pienamente integrata con lui/lei/esso il cui unico difetto è quello di aver puntato proprio sul gender per attirare i curiosi e invece è un grande album e basta.
(7.2/10)