
Più che una band, i Pink Martini sono una vera e propria orchestra di dodici elementi con tanto di violoncellista, violinista, vibrafonista ed una serie interminabile di percussionisti. Provengono da Portaland, una delle capitali del nuovo indie rock americano, ma con quella scena non hanno niente a che fare in quanto il loro sound s’ispira in maniera quanto mai esplicita all’easy latin jazz degli anni cinquanta/sessanta, quello, per intenderci, che spesso e volentieri veniva usato come colonna sonora nelle grandi produzioni hollywoodiane dell’epoca e che spopolava nei club più alla moda della costa occidentale degli Stati Uniti.
Musica da cocktail, direbbe qualcuno, e, in effetti, le canzoni dei Pink Martini ben si addicono ad essere ascoltate e trasmesse in zona aperitivo o diffuse dalle casse di qualche negozio très chic della vostra città, tra effluvi cubani (Tempo Perdido, Mar Desoconoscido) francesismi alla Claudine Longet (Ojala), briciole di Julie Garland (Everywhere) bossanova da cartolina (Cante E Dance) e latinismi assortiti (City Of Night). Nel finale arriva addirittura il buon Jimmy Scott, una delle voci maschili più belle di tutti i tempi, a dar manforte alla truppa americana in Tea For Two, senza però incidere più di tanto sul risultato finale di un album così moscio e blando da far rimpiangere persino quel fighetto di Michael Bublé. Arrivati al decimo compleanno ed al terzo album in studio i Pink Martini farebbero bene a tirare i remi in barca.
(4.5/10)