
C’era una volta un vecchio leone del sax, autentico monumento del jazz etiope da sessant’anni a questa parte. E c’era una volta una band olandese, nota ai più per la scellerata attitudine impro-noise. Accadde che s’incontrarono e decisero di far scontrare vive – dal vivo - le apparentemente irriducibili diversità stilistiche, timbriche, culturali, poetiche. Forse fu il brodo di coltura, un jazz che in un modo o nell’altro obbediva a spasmi selvatici ed empiti liberatori, o forse fu il lubrificante degli ottoni e degli organi chiamati a completare l’organico, fatto sta che il marchingegno funzionava. Cigolando e rombando come se le ruote dentate non collimassero a dovere, slittando di lato e sbuffando la fatica stessa di suonare plausibile. Ma: funzionava.
E c’era, tra quei ghigni frastagliati, tra le vampe squillanti, tra gli strali bop e i collassi free, tra i fantasmi swing, dixie e jungle, nelle occasionali invettive a cuore aspro, tutto un movimento in avanti e di lato che forzava la cassaforte della libertà avvilita, violata, negata. La libertà di un popolo, forse, di possedere le chiavi del proprio destino. O, se preferite, la libertà che la musica a volte pretende d’incarnarsi secondo l’estro e in spregio d’ogni coordinata. Al punto che quei motivi etiopi finirono col somigliare a raffiche Parker o esacerbazioni Nick Cave o bailammi Mingus o iridescenze June Of’44 o funerali Ellington o nevrastenie Negu Gorriak o strali Stooges. Tutto assieme, forse. Magari.
Accadde, è accaduto. Non molto tempo fa, praticamente ieri. Ce lo racconta questo disco, gioioso e torvo, oscurato da nubi punk/blues e spasmi funk, alleviato dal respiro d’un jazz frondoso e terrigno. Come un colore che non sei abituato a vedere ma che è sempre esistito.
(7.6/10)