
Certe donne lasciano impronte profondissime. Soprattutto in certi uomini. Ne nascono amori che quando finiscono - se finiscono - si lasciano dietro solo macerie. Non so bene se compatirli o invidiarli, quelli a cui capitano donne così. Certo che, in alcuni casi, non tutto il dolore viene per nuocere. Limitatamente al folk rock, già il caro Beck era stato capace di rielaborare il trauma del distacco da Wynona Rider confezionando l'eccellente Sea Change. Oggi, pur con tutte le differenze del caso, qualcosa di simile è toccato a Mark Olson, l'ex veterano Jayhawks che abbandonata la band sposò la cantautrice Victoria Williams, per poi imbastire assieme a lei l'eccellente progetto Creekdippers. Un idillio che si è spezzato nel 2005, il matrimonio a rotoli e in Mark un buco nero largo così. La depressione.
Salvation Blues è il frutto della rinascita. Ottenuta lasciandosi alle spalle l'America per trasferirsi da amici in Galles. Quindi altre tappe in Norvegia, in Polonia. Straniarsi per ritrovarsi. Ne sono uscite queste undici canzoni (più due bonus track) all'insegna di un folk rock classico che più classico non si può – non fosse per l'armamentario di organi, banjo, dobro, pedal steel, wurlitzer... - ma a cuore aperto e vivisezionato ed è questo che conta davvero. Ballate e ancora ballate dove graziaddio non trovano posto piagnistei ma uno schiudersi alla speranza pur nella caligine del disincanto, come un treno che significa tornare dove sei qualcuno perché c'è qualcuno che ti fa esistere ("it makes no difference what you do or where you stay / whne you come home who will know your name", canta Mark in National Express).
Aggiungere altro sarebbe ozioso. Giusto però citare almeno le due toccanti rievocazioni di Keith (dedicata al padre suicida) e Sandy Denny (un palpitante ritratto della cantante da ragazzina) nonché quella My One Book Philosophy che sgrana un gospel strinito (wurlitzer e voce) pervaso di pietosa asprezza Dylan, un Johnny Cash sgualcito, un fantasma di Tom Joad tolta la rabbia dal petto e compiuto un passo forse definitivo verso la disillusione. Preziosamente confezionato come un vecchio libro in brossura con tanto di sovraccoperta, questo disco starà benissimo sullo scaffale tra l'ultimo Wilco e il vostro Gram Parsons preferito.
(7.3/10)