
Terzo album per la ragazza del Massachusetts, classe 81, cantante e chitarrista dalla cifra fantasmatica e smerigliata, la cui attitudine folk tra l’ancestrale ed il post-moderno non esitiamo a definire “newsomiana” – nel senso di Newsom Joanna – anche se a dire il vero la proposta della Nadler precede l’exploit della sagace arpista. Ma tant'è, in queste cose comanda sempre l'hype, e giustamente in fondo. Vale la pena comunque di sottolineare le differenze del caso, giacché tra le movenze ataviche Marissa dispensa languori e ulcerazioni psych (vedi il miraggio Beth Gibson di Mexican Summer e i taglienti assolo di chitarra in Rachel), impasta con blanda solennità tastiere vintage ed allucinazioni cosmiche (My Love And I), sbaraglia le palpitazioni lunari con strali di elettricità stregata (la desertica inquietudine Liz Frazer/Hope Sandoval di Bird On Your Grave).
Le coordinate si confondono quindi, avverti la bellezza dolente e lo spaesamento, la gravità e la stucchevolezza (le spirali liriche un po’ Tori Amos tra gli archi malmostosi di Thinking Of You). Soprattutto, percepisci lo sforzo di architettare il luogo astruso da cui Marissa possa esalare il proprio madreperlaceo campionario d’incanti ed afflizioni, vedi il Leonard Cohen revisited di Famous Blue Raincoat, all’insegna di pochi ma pregnanti elementi gotici, quasi una scenografia in cui l’originario aplomb si aggira morboso. Che dire, c'è del merito in questo, almeno credo. C'è una calligrafia che tenta di lasciare il segno, al di là della oziosa etichetta "weird folk". Tuttavia, non riesco a dissipare del tutto la sensazione di auto-indulgenza, con inevitabili corollari d'artificiosità. Perciò, in definitiva, è un pareggio ad oltranza tra plausi e dubbi. Mi sa che l'ultimo penalty tocca batterlo a voi.
(6.0/10)