Ciò che in cuor mio pensavo fosse il concerto dei Dirty Three in realtà li ha visti come poco più che una parentesi. Ma andiamo con ordine. Una serata così densa di cose non può che partire presto. Alle 21:15 (non so bene chi avesse tutta ‘sta fretta) già Fennesz inizia il suo classico set. Venti minuti dopo, si parla per approssimazione, il palco è già ridiventato vuoto e aspetta qualcun altro. Gli Sparklehorse, direte voi, visto che con Fennesz sono in tournée; si potrebbe così chiudere il blocco e passare agli australiani, in un crescendo di umori che sa tanto proprio della musica degli sporchi tre.
Nient’affatto. Chi si avvicenda è proprio il gruppo di Warren Ellis, per un concerto – certo intensissimo – che impallidisce rispetto alle vagonate di musica cui abituano chi li va a vedere appena può. Warren ha una barba lunga così, i capelli di cui dà l’impressione di non occuparsi da tempo, è selvaggio come il rumore che sprigiona il suo violino. Mick Turner – sarà che forse si rende conto di avere poco tempo – sembra addirittura energico. Jim White è il velocissimo collante tra le riflessive elucubrazioni dei dischi dei Dirty Three e la follia rumorista dal vivo. È il collante perché la sua batteria è sanguigna allo stesso livello sia su album che sentita dal vivo. Ma tutto finisce abbastanza presto.
E tocca agli Sparklehorse. Quale faccia esprimerà Mark Linkous? Forse per reazione alla dirompenza della sporcizia australiana, si limita alle melodie più tranquille, e, direi, rassicuranti. Si fa in tempo a pensare cosa si può dire di questo concerto mentre ancora è in corso – il che in genere è un brutto segno. Una breve scossa dai pensieri mi è sprigionata dall’invito dell’“amico” Christian Fennesz sul palco, ma è una scossa che dura giusto il tempo di far raggiungere al chitarrista la sua postazione. Ma in fin dei conti, penso già col senno di poi e ancora sono lì in piedi a ondeggiare, mi sento rasserenato ma mi accorgo di far fatica a seguire il concerto. Nulla di generalizzabile, credo, ma neanche di personale. E mi chiedo: ma se fossero canzoni che accompagnano volutamente dei moti neuronali? E se tutta questa serata fosse una frase ad effetto?