
Il folk di Lazarus - un terzetto, da quando Kathryn Sechrist e Kelly Nyland affiancano il titolare storico del progetto, l’ex Tarentel Trevor Montgomery - non ha nulla di moderno. Il folk di Lazarus guarda alle robuste ballate di una volta, che, tutte, senza esclusione, facevano immensi album organici ed uniformi, canzonieri di storie vissute, diari di proteste sommesse. A Johnny Cash, a Bruce Springsteen, ad Elvis Costello.
Il folk di Lazarus vive di accordi e di arpeggi (Disco), di organo e piano (Sewest), come fosse ancora l’eco di quel raduno lontano, anni fa, lì a Bethel (Story); lo sorregge una voce sofferta, un mood quasi dark, memore talvolta di oscuri fantasmi Black Heart Procession (Hawks, The Sky Of The Tall Sun) – ma non manca quel tocco di devianza nerastra che, via Xiu Xiu, porta dritto dritto ad umori Joy Division. E’ folk di cori, di lacrime, di dolore. Rifugge con cura quanto è retorica, va dritto all’essenza (Sister), disarma con la sua semplicità: ora è ballad epica e necessaria (Breathe: gli U2?!), ora gospel carico di speranza (Forsaken), ora urlo lanciato in una landa desolata (The Manic). Il folk di Lazarus è l’altro lato – quello scientemente poco incline ai mutamenti – del folk, nell’epoca degli intellettualismi gratuiti e dei manifesti rivoluzionari vergati di nulla. (7.0/10)