
Abbiamo già assistito al passaggio di Arctic Monkeys, Jamie T e Larrikin Love, arrivando all’inevitabile conclusione che la nuovissima generazione di kids inglesi – classe ’85-’86 – ci ha messo veramente poco a trovare ed eleggere i suoi portabandiera, a ragione o a torto. Uno come Jack Peñate, però, ci mancava. Ventidue anni, origini spagnole, faccia pulita, voce d’angelo dagli occhi blu e Telecaster à la Billy Bragg pronta a far fuoco, non si vergogna di citare fra le sue influenze primarie Prince, Todd Rundgren, JJ Cale, Hall & Oates. Matinée ci sbatte in faccia il suo personalissimo blend fra soul bianco, leggero leggero e con inflessioni nettamente eighties (ai confini del mainstream), e il rockabilly-punk scatenato dei cugini Artici, virato pericolosamente Housemartins (Torn On The Platform, Spit On Stars). Interessante, divertente, spassoso.
Ma più che un gigione o un adolescente fluorescente, Jack è soprattutto un romanticone, che non teme a fare sfoggio dei cromosomi miserabilisti Morrissey / Brett Anderson che ha impressi nel DNA (Learning Lines, When We Die); per fortuna, la giovane età lo salva dall’apparire irrimediabilmente patetico. Anzi, siamo convinti che il suo talento sia fresco e genuino, senz’altro autentico rispetto a quanto c’è in giro fra i nuovi songwriter albionici. A fronte di un debutto un po’ troppo monocorde, però, il rischio reale per Peñate è di trovarsi immediatamente intrappolato nel suo stesso clichè. Vedremo.
(6.7/10)