
Un gruppo proveniente dalla Danimarca che si balocca con immaginario e sonorità da frontiera americana? Perché stupirsene mai, visto che viviamo in un villaggio globale e, da più di vent’anni, la Scandinavia seguita a essere un ribollente calderone sonoro. A ben vedere, c’è un motivo biografico in più: J. Tex – o meglio Jens Sorensen – possiede sì passaporto danese, ma è nato a Detroit e ha speso un bel po’ di tempo oltreoceano. Naturale allora che una vocazione si sommi alla voglia di dare spazio alle proprie passioni sonore: nello specifico, in questo debutto molto apprezzato in madrepatria e solo ora distribuito da noi, si declinano hillbilly e country in tutte le sfumature possibili, passando attraverso l’immancabile cover di lusso (Me And Bobby McGee a firma Kristofferson e resa immortale dalla Joplin: confronto improponibile e tuttavia perso con onore).
Tutto in ordine e disco da consigliare, visti i presupposti. E invece no: accade che Jens e I Volontari, dei quali non processiamo le intenzioni ma l’esito, gigioneggino un po’ troppo finendo per sembrare comparse di un West da cartolina, tutto fondali finti con niente dietro. Sembra di vederli bighellonare con scarsa convinzione, in attesa che Kaurismaki li noti e ne faccia dei novelli Cowboys Di Leningrado redimendoli in chiave surrealista. Così, tra voci chiocce e slide buone per i turisti, non si intravede mai lo sforzo di dire la propria, tra una fotocopia dei Calexico come White Paper Plane e l’irritante finto Dylan di Left With Someone Dear. Cosa di per sé non grave, fosse il repertorio all’altezza. Viceversa, tranne un paio di episodi discreti, si sfalda all’ascolto come il (relativo e ingiustificato) clamore intorno alla formazione. Tutto sommato, possono sempre darsi a folk ubriaco, punk ‘n’ roll o metallo blasfemo, come fanno quasi tutti gli altri dalle parti loro.
(5.0/10)