
Una traccia iniziale non è mai un caso, e in questo caso la scanzonata Hey Dude recita chiaro e tondo che: il solco è quello dei Pavement, non si scappa. Magari quelli già un po' stagionati, in procinto di precipitare nell'asprigna mollezza del Malkmus solista. Comunque: Pavement. Il che ci preclude vivaddio ogni indagine circa l'originalità della proposta. Nella quale niente, infatti, suona nuovo. Ma quasi tutto suona bene. E gioca ad architettare screzi e scherzi capaci di provocare piacevoli pruriti agli orfani del lo-fi e non solo.
Ricominciamo. Cinque ragazzi radunati in quel di Parma. Due chitarre, tastiera, basso e batteria. Una voce che incapriccia e spalma gli scrupoli lasciando intendere un bel plotoncino di influenze, tutte nutrienti e nessuna decisiva: dal Gallagher ad Al Stewart passando per il nostrano Agostinelli e persino da inusitati barbagli Dylan (padre e figlio, nel potabile tormento di Barbarians Within The Gate).
Indizi di un metabolismo sagace che non si fa alcuno scrupolo nell'impastare malinconie sperse Grandaddy e ammiccamenti brit-pop (Parasites), aspergendo con disinvoltura struggimenti college-art à la Counting Crows (The Coming Back Guy) e reperti post-wave in controluce, come il sentore Psychedelic Furs e la trepidazione R.E.M. nell'agrodolce Trucks'n'Cars. E' chiaro insomma che la recita si appoggia a scenografie ben note, ma è altrettanto palpabile che i Nostri sono totalmente calati nella parte, ai limiti della possessione. Così che la densa morbidezza della conclusiva Just Me In The Mirror - prossima allo Sparklehorse più diafano - può liberare il suo toccante languore in un alone di inappuntabile credibilità.
(6.8/10)