
The Resurrection of Whiskey Foote, terzo lavoro degli Hidden Hand dopo Divine Propaganda (2003) e Mother, Teacher, Destroyer (Exile On Mainstream, 2004) non si discosta certo dalla tradizione del marchio di fabbrica del Maryland, ma presenta al suo interno alcuni elementi di novità - il che, quando si parla di un genere come il doom, val bene un punto a favore.
Al di là dei testi, infatti, non più unicamente animati dalla verve politico-polemica di Scott “Wino” Weinrich (già in St. Vitus ed Obsessed), ci si accorge ben presto (l’incipit di Purple Neon Dream) di una scrittura sorretta da un robusta inclinazione cantautorale che sa emergere ancor più che in passato. Il suono, sia chiaro, rimane quello tipico di “Wino”, maestro indiscusso di un heavy/doom scuro e pesante di classica derivazione Black Sabbath, ma sotto la scorza dura di riff decelerati e ritmica compiacente - è la seicorde di Weinrich, si sa, a dettar legge da queste parti - non è difficile scorgere l’anima di un crooner. Abbeverata da whiskey di cattivissima qualità, ovviamente (il rockaccio sudista di The Resurrection Of Whiskey Foote), ma pur sempre ispirata.
L’assoluta padronanza della materia di Scott - si ascolti l’andatura a briglie sciolte di Lightning Hill -, qui affiancato da Bruce Falkinburgh al basso (anche produttore) ed Evan Tanner alla batteria, e una scrittura qualitativamente sopra la media non fanno che confermare come quello di Hidden Hand sia un nome da cui non si può prescindere - e forse, da cui si deve partire - nel parlare, oggi, di classic doom.
(7.0/10)