
Cos'è questa Berlino primi anni ‘80 che esce dalle casse? Riducendo il tutto ai minimi termini e considerando le assonanze cromatiche, verrebbe da chiamarla new wave, anche se la media dei suoni contenuti nel disco e il sonno agitato che li attraversa suggerirebbe immagini di tutt'altra specie. Nello specifico Ian Curtis imbottito di oppiacei, Lou Reed stretto in qualche lucido abitino in latex, i Pavement headliner a un funerale (Namid Grey), Aidan Moffat intento a lucidare le scarpe a punta del Nick Cave pre-Bad Seeds (Lautarj e Rockmaster). Musica torbida e scheletrica con cui non è facile scendere a patti, un rock cupo e visionario ricco di entusiasmi al Valium, partorito sotto la Cortina di Ferro (Distant Way), scosso da un battere inespressivo, martoriato da un cantato senza grazia.
Sgrammaticato e lancinante come soltanto alcune opere prime sanno essere, Violet Pharmacy descrive il mondo a tinte forti di Alessio Pinto, “giornalista, scrittore accanito scommettitore, trascorsi in galera e poco altro”. Un mondo in cui il cuore diventa un percuotere lontano ma pressante di tamburi, l'anima una chitarra affascinata dal lato oscuro della forza, i nervi pulsioni indecifrabili e filastrocche ipnotiche, il cervello un basso che gira in tondo. Il tutto sparato lì, disadorno, essenziale, quasi introspettivo, senza fondamenta certe né riparo sulla testa. Uno scenario urbano squallido e puzzolente che all'inizio spaventa, ma che col trascorrere dei minuti viene quasi da chiamare “casa”. (6.8/10)