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Danava – Self Titled (Kemado / Wide, 14 maggio 2007)

di Alessandro Grassi

Un cumulo di riff di chitarra rubati a piene mani ai Blue Cheer e ai Black Sabbath, una passione spropositata per l’hard rock fiorito nella stagione dei primi ’70 e poco altro. Questo è l’esordio dei Danava da Portland, Oregon.

Tutte suite sopra i 6 minuti (con punte di 12) dove a farla da padrone sono vere e proprie sferragliate chitarrose, rigurgiti hard a rincorrersi lungo scalinate di note e battaglie innescate dalle due chitarre che giocano a chi produce l’assolo più pesante e/o complesso.

Questo è il gioco messo in atto dall’incipit By The Mark, ma laddove la struttura composita dei brani tende a stufare data la propria lunghezza, ci pensano lievi inserti progressive a rendere più respirabile l’atmosfera e meno delirante il risultato (Eyes In Disguise). Quiet Babes Astray In A Manger gioca ancora la carte dell’hard rock tout court, mentre Longdance nel suo minutaggio svela anche fantasmi che ricordano i primi Queens Of The Stone Age, arie meno datate per un disco che comunque fatica non poco a decollare. Madie Shook è l’ennesimo richiamo alle spettralità vocali di Ozzy Osbourne e lo scheletro di Paranoid è più di una presenza fastidiosa…

Un primo episodio acerbo che ripercorre pedissequamente le strade fin troppo solcate da gruppi storici e non, ma che non paventa abbastanza personalità e coraggio da rimescolare le carte in tavola, come ad esempio hanno fatto negli ultimi anni e con successo i Comets On Fire. Destinati al cambiamento o all’oblio.

(4.5/10)

 

  • psych-hard rock
  1. By The Mark
  2. Eyes In Disguise
  3. Quiet Babes Astray In A Manger
  4. Longdance
  5. Maudie Shook