
Se si prende troppo sul serio il nostro mestiere, a volte capita di trovarsi di fronte a dilemmi di carattere, si fa per dire, etico. Il tasso radiofonico parecchio elevato di People Help The People - in rotation sulle grandi frequenze già da metà estate, grazie alla sua aria indubbiamente Coldplay e un refrain tormentone in odore di eighties - è infatti arma a doppio taglio, che può indurre in inganno (“ecco, l’ennesimo bluff brit pop”) o in perverse tentazioni (“mmm.. quasi quasi vado a rispolverare quella vecchia cassetta di Everybody Wants To Rule The World che tengo chiusa nell’armadio”). Colpa di quella patina di calcolo che ricopre melodia e arrangiamenti, nonché dell’odore di “major cattiva” in agguato, che certo non aiuta il fiero popolo indie.
Si tratti di pregiudizi (di chi scrive e chi legge) o di faciloneria (di chi suona), completato l’ascolto del debut album di Simon Aldred - che scippa il moniker a un verso di Theologians dei Wilco - diventa semmai chiaro che l’essenza di Thirst For Romance (e dell’intero progetto Cherry Ghost, per diretta osmosi) è, possibilmente, qualcosa di diverso dalla ricerca estenuante di una hit usa e getta. Diverso, ma non lontanissimo, considerando la comprensibile voglia di esposizione di questo - non più - ragazzo di Bolton (suburbi di Manchester), che condivide sogni e speranze degli stessi amici Doves, complici di questo esordio dopo anni di gavetta.
E’ un disco onesto, che vive di arrangiamenti ben studiati, melodie discrete e di un songwriting che, ebbene sì, regge. Certo, lo spettro di riferimenti neanche troppo velati (i Radiohead era Ok Computer, i Wilco di Yankee Hotel Foxtrot) aleggia in diverse fantasmagorie d’effetti futuristici, oltre che in dirette evocazioni chitarristiche (la simil-Electioneering che è Mountain Bird), ma l’ingrediente primario è un country folk indie-ggiante e classico insieme, un po’ Richard Hawley in fregola Johnny Cash, un po’ Grant Lee Phillips / Sparklehorse. E se il debole per la ballatona affiora pericolosamente (la sunnominata People Help The People, la successiva Roses), viene stemperato da certe arie ’90 (la chiara l’ascendenza Elbow di False Alarm e quella Mark Linkous di Mathematics) e diversivi all’insegna di una varietà stilistica quasi enciclopedica (il rock and roll para-Springsteen come Alfred The Great, il glam pop arrangiato con tutti i crismi di Here Comes The Romans).
Disco onesto, già; resta il dubbio – non certo etico, ma più puramente di sostanza – sulla reale portata del tutto, nonostante il plebiscito critico ricevuto in patria. Ma si sa come vanno le cose in UK, no? Probabilmente in America un disco come questo sarebbe passato inosservato. A ripensarci, questo è un motivo in più per andarvelo ad ascoltare e, se avete le spalle abbastanza larghe, apprezzarlo.
(6.8/10)