
I giapponesi, si sa, quanto a sperimentazioni audaci non sono secondi a nessuno. La via nipponica alla sperimentazione passa per l’estremizzazione, irrompendo sul panorama musicale con violenza o con spiazzante ironia in qualsiasi campo musicale si cimentino i musicisti del Sol Levante (che sia hardcore, noise o techno). Sarà per un complesso di inferiorità verso gli occidentali, che li ha portati perfino a disegnare i personaggi dei fumetti con occhi tondi piuttosto che a mandorla: sta di fatto che il lavoro preferito di molti musicisti giapponesi è quello di reinterpretare i generi “occidentali” calcando la mano.
I Cappablack confermano questa tendenza esplorando il territorio dell’hip hop, linguaggio mai come oggi usato (e qualche volta abusato) come contenitore da riempire con la logica del “chi più ne ha più ne metta”. Qualcuno mette tanto e bene, qualche altro mette poco e male. I giapponesi semplicemente, esagerano. Al di là dei riferimenti architettonici (la traduzione del titolo sarebbe, appunto, riferita alle componenti di base di un palazzo, la facciata e la struttura portante) esplicitamente associati alla composizione musicale, Façades & Skeletons è un disco che lascia a bocca aperta per l’abbondanza di riferimenti e la sfacciataggine con la quale il duo, formato dai due programmatori iLLEVEN e Hashim B. prende l’hip hop e ci gioca come fosse un pallone, ma senza preoccuparsi di bucarlo.
Sonorità pseudo-eighties, pennellate massiccie di electro pop e indietronica e un insolito rapping in giapponese, mantengono sempre alta la percezione che si tratti di uno scherzo ben fatto, una musica che non si prende mai sul serio. Eppure la qualità musicale è alta, il progetto ha una sua coerenza, nonostante risulti inafferrabile nelle sue infinite sfaccettature. L’atmosfera iniziale, che con i suoi ripetuti scratch, risulta una sorta di omaggio all’old school style (Counterattack Intro), si dilegua subito in un sound dardeggiante, in linea con l’avant hop americano che più abbiamo avuto modo di apprezzare (Slide Around). Ma c’è spazio per tutto in questi 55 minuti che sembrano un’eterna variabile temporale, anche per i ritmi sghembi e frammentati à la Prefuse 73 o per i giochetti electro di 5th Dimension e di Akarui-Mirai, senza dubbio uno dei momenti più rappresentativi di tutto l’album, con il suo andamento sornione e metallico e il japa-rapping di un (in)certo Emirp, che ha il sapore di una presa in giro. Irresistibili o irritanti. Nessuna via di mezzo.
(7.1/10)