
Sarà che il genere in questione, l’afro-funk, è poco inflazionato, però la notizia di un gruppo che si rifà alla musica di Fela Kuti stimola sicuramente più dell’ennesimo clone di Gang Of Four, Joy Division e chi più ne ha… Ok, il gruppo in esame si chiama Budos Band, comitiva di undici elementi – quindi rispettato il dogma della big-band à la Fela – distribuita tra sax baritono, trombe, congas, flauti e via discorrendo. Tutti bianchi. Forse qualche sanguemisto, ma di pelli d’ebano neanche l’ombra.
Pleonastico il nome del disco (se il debutto era un self titled, questo è il secondo self titled) cosi come il parallelo con Dio Kuti, ma rimanendo ai giorni nostri e circoscrivendo la medesima area geografica, ossia New York, chiamiamo in causa, giocoforza, gli Antibalas. Pressoché simili ma non uguali, dacché la Budos Band ha un certo appeal da spy movie soundtrack (Mas O Menos, Ride Or Die) e una goliardia che i frenetici, sanguigni e arzigolati concittadini non hanno in dote. Poi certo, Chicago Falcon e Budos Rising sarebbero il nulla senza gli Antibalas, ma considerato che tutti loro sarebbero ancora più il nulla senza la benedizione di santità anzidetta, diciamo - come proferì qualcuno - che la storia, nel nostro caso dell’afro-funk, non è scritta per venerare i morti, ma per illuminare i vivi. Ben vengano eletti del genere.
(6.5/10)