
Il nome del progetto (per la cronaca: l'axolotl è una salamandra acquatica messicana) probabilmente non dirà granchè, neanche a chi bazzica gli ambienti noise americani. Eppure basta citare il suo creatore e one-man-band, Karl Bauer (Black Dice), perchè si cominci ad avere un quadro più chiaro della situazione. Siamo a San Francisco, città psichedelica per eccellenza e, oggi, culla di certo noise estremo, underground per scelta e per necessità, intriso di elettronica e teso verso panorami ambientali orrorifici. Una sorta di anti-ambient.
Se il nome “ambient”, infatti, nasceva proprio dal carattere sobrio di una musica che non rispettava i parametri tradizionali dell'ascolto attento, intrufolandosi e mischiandosi ai suoni dell'ambiente, nel caso delle sperimentazioni di Bauer (violinista a dir poco atipico) il concetto viene in qualche modo rovesciato: nelle registrazioni di Axolotl la musica è talmente invadente, ipnotica e penetrante da creare essa stessa l'atmosfera, da divenire aria da respirare. Memory Theatre raccoglie una selezione di brani registrati negli ultimi anni e pubblicate in edizioni che non superavano mai le 500 copie, rendendo possibile, finalmente, l'emersione di questo affascinante sommerso. La tecnica di Bauer, che fonde minimalismo, psichedelia e ambient appare già abbastanza chiara ai primi ascolti: un suono fisso sullo sfondo che fa da bordone, attorno al quale si stagliano i suoni più diversi (rumori taglienti, voci angeliche sussurrate, drones). Una massa sonora indistinta che si muove lentamente, dalla quale fuoriescono schegge impazzite e spesso incontrollabili, che danno vita a suoni involontari, non generati alla fonte, bensì dall'orecchio umano che li elabora. Una vera e propria sfida alla percezione, un teatro fatto da personaggi che non sanno neanche di esistere.
Droghe o non droghe, è sempre stata questa l'essenza della psichedelia, così come dell'ipnosi, alla quale questa musica aspira, sin dalle prime battute dell'iniziale Memory Theatre (il titolo è un riferimento a Giulio Camillo, un curioso intellettuale del XVI secolo che aveva elaborato l'idea di un teatro che riuscisse a contenere tutto lo scibile umano, il teatro della memoria, per l'appunto), amalgama di suoni elettronici che invadono l'atmosfera senza troppi complimenti e guidano la mente verso territori inesplorati. Si sente il sapore del ripetitivismo americano (Riley e Reich in particolare), che incontra, di volta in volta, le soluzioni estreme di Wolf Eyes e Black Dice (Kingdom Of Ends), l'elettronica random di Hecker (Anomalon) e i suoni angelici da drone music (Natura Naturans), per collimare nella lunghissima Illiaster, che con i suoi accordi tenuti di organo ricorda molto da vicino il Klaus Schulze di Irrlicht.
Un piccolo capolavoro di estremismo sonoro, un'esperienza d'ascolto ai limiti della sopportazione, ma che si consiglia assolutamente di fare, almeno una volta. Attenzione, però, a non abusarne: non è pop...
(7.5/10)