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Alessandro Monti – Unfolk (Diplo / Stella Nera, gennaio 2007)

di Stefano Pifferi

Un bel digipack cartonato; una cover in bianco e nero dal vago sapore pre-surrealista; un CD completamente nero con titolo ed autore a caratteri gotici. Questi i dati oggettivi relativi a Unfolk, opera prima di Alessandro Monti. Già dal packaging traspare una sorta di comunione tra l’antico ed il moderno, tra l’enigmatica immagine di copertina (un dipinto di Alberto Martini, precursore del surrealismo, targato 1920) e il medium musicale moderno. Una comunione che scopriremo reiterarsi anche musicalmente tra le atmosfere del mandolino, cuore pulsante dell’opera, e l’eclettica strumentazione elettrica e elettronica.

Unfolk pone in musica le straordinarie (e fittizie) intuizioni dell’immaginario Heracleum Ipotesis, musicista medievale le cui partiture sembravano perse nelle nebbie del tempo. La musica che esce da questo disco, nato in solitaria e sviluppato da un vero e proprio collettivo, è etimologicamente folk (musica cioè della tradizione) ma anche e soprattutto sua negazione per sviluppo ed obbiettivi. Genere, dunque, oltre il genere, folk non ortodosso per stessa ammissione dell’autore. Perfetta e magica congiunzione di tradizione antica e moderna concezione musicale - post-moderna, senza confini, libera da tutto e tutti - di cui perfetto esempio sono le influenze più o meno dirette: dal punto di partenza John Paul Jones (l’uso del mandolino nelle composizioni dei Led Zeppelin), al punto di arrivo la pura elegia al rumore più assordante che fu Metal Machine Music di Lou Reed, passando per una commemorazione di Florian Fricke (Popol Vuh), mentore nascosto di molte musiche attuali.

La musica è quindi gioco di contrasti, convergenza dell’antico col moderno, confluenza di remoti suoni caldi (mandolino, violino, tablas e percussioni) e attualità (chitarre elettriche, sintetizzatori, ecc.). L’Unfolk montiano è una musica globale in cui convivono mantra elegiaci dal retrogusto orientale, afflato ambientale alla Fripp/Eno, dilatazioni alla Popol Vuh/Sun Ra, abbozzi di cantautorato alla Nick Drake/Scott Walker, stralci di minimalismo esoterico. Su tutto un senso di oscurità latente alla C93/Joy Division. L’elettricità statica che satura la coda del disco, dipingendo di un astrattismo neo-folk dronato l’elegia medievale di Fine dell’infanzia, lascia di stucco e segna nuovi ipotetici sviluppi futuri per questo geniale signor nessuno della musica.

Unfolk è un grande sogno ad orecchie aperte ed Alessandro Monti il probabile Richard Youngs dell’italica tradizione.

(7.2/10)

 

  • unfolk
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