
Argentino, 35enne, Alejandro Franov ha già alle sue spalle una carriera discografica onorevole. Innanzitutto come collaboratore di Juana Molina, in ben tre dei suoi begli album (Segundo, Tres Cosas e Son), e in seconda battuta con tante altre teste (musicali) pensanti della contemporaneità (Liliana, Herrero, Fernando Kubasacki, Mono Fontana ecc). Khali è segnato dall'incrociarsi, ed ibridarsi, dei suoni di tre strumenti diversi. Ognuno proprio di un differente continente: mbira (Africa), sitar (india) e l'arpa paraguaiana. Khali è anche una isola croata, dove il nonno dell'autore è nato, ed uno dei cicli della musica Hindustani. Il suono che dal lavoro sgorga fuori rimanda, inevitabilmente e felicemente, alle musiche del Mali, a quelle degli indios centroamericani e ai raga indiani.
Qualche chitarra di contorno, qui e là una tastiera, giochi di voce al femminile talvolta (Lea Franov) e l'ibrido prodottosi, come nel caso di Gandanga, assume il volto di una sorta di minimalismo etnico. Un Philip Glass sparso fra una miriade di spezie esotiche. Tuonami Diabate, sommo artista africano, potrebbe anche fungere da riferimento specifico (un brano come Pasando El Mar) nel lirismo così sofficemente, e soffusamente, caldo, africano. Disco armonicamente ricercatissimo. Parente stretto della 4th World Music di Jon Hassell. Disco intriso di una spiritualità antichissima, ancestrale.
(7.5/10)