
Che non tragga in inganno quel Her posto nella sigla usata per questa occasione da Adrian Orange. Egli è in tutto e per tutto un giovanissimo e prolifico maschio del nord-ovest statunitense. Infatti, nonostante i suoi ventun’anni, è dall’età di quindici che il Nostro sforna dischi sotto i più svariati pseudonimi – Thanksgiving il più longevo –, arrivando persino a fondare la Marriage Records, etichetta di Portland.
Stavolta, abbandonando apparentemente quell’approccio lo-fi che caratterizzava i suoi precedenti album, Adrian se ne esce con un miscuglio di influenze afrobeat e blues latineggiante, che va ad aggiungersi festosamente al suo tipico folk sbilenco. Immaginate un Will Oldham cantare compassato sopra i deliri strumentali che un’ingestibile band composta da diciassette elementi – tra cui anche Phil “Microphones” Elverum – intreccia in sottofondo. È la sezione fiati a farla da protagonista; poi sono i cori femminili a evocare tropicalismi africani; infine è il suono dell’organo a traghettare il tutto nel passato agli inizi dei Settanta. Soltanto la componente vocale e quell’incedere chitarristico tipici del Nostro indicano l’attualità del progetto. Canzoni come l’iniziale Window (Mirror) Shadow e Interdependance Dance sono ottimi esempi di questa commistione di stili diversi. La caracollante Fire Dream, invece, risulta l’unica a non essere contaminata da influenze tropicali e – sarà un caso? – anche l’episodio più riuscito dell’album. Lavoro che comunque non dispiace nel suo insieme e che, togliendo quelle poche tracce che con un minutaggio elevato non fanno altro che stancare l’ascolto, finisce per divertire e soprattutto divertirsi. Fosse stato un poco meno autoreferenziale sarebbe risultato molto più coinvolgente.
(6.5/10)