Il meglio del 2007 secondo SentireAscoltare. Ovvero: le famigerate classifiche di fine anno, aggiornate all'ultimo disco, all'ultima tendenza, all'ultimo capolavoro, all'ultimo grido. Buon 2008 a tutti i nostri lettori.
Mick Harris sprofonda nella sua tech fanghiglia ancora una volta: sempre più in modulazione dub e subfrequenze, sempre più asciutto e minimal. Un affare di pancia e miraggi post-grind in magica ricongiunzione trip hop.
Due dischi gemelli da ascoltare al buio e a volume altissimo, strutturati come scatole cinesi: quando pensi di avere identificato un segmento, all’interno se ne nasconde sempre un altro più piccolo. La piena conferma della lucidità e visionarietà del quartetto italiano.
Nel Grindhouse di Malcolm Catto si proiettano B movies a base di jazz-funk, hip hop exotici, guitar trip lisergici. La costante ricerca del cool sound più analogico e sfrenato che crea un grande caleidoscopio di sonorità eliocentriche.
Bob Dylan non è qui. C’è però, vivissimo ed attuale, il suo enigma. Che va ben oltre le sue canzoni, ma che proprio in esse e nelle loro molteplici, potenzialmente infinite incarnazioni si manifesta ai nostri sensi, al solo fine di scardinare ancora una volta tutte le nostre possibili certezze e convinzioni al riguardo.
Burial conia sull’onda grime un nuovo paesaggio, convertendo il ritmo e lo spazio in un’oscura odissea nu-ambient urbana. Hyper-soul in versione subliminale, come il fuoco dell’anima che brucia lentamente.
Un sommergibile nucleare dirottato dai Drexciya che va ad allunare negli abissi dell'ignoto spazio profondo, nei visionari landscapes del Wild Blue Yonder di Werner Herzog. L'esordio del nuovo progetto di Jneiro Jarel è uno dei dischi imprescindibili di questa annata, hip hop e non solo.
Opera seconda per Samamidon, alias Samuel Tear: una commovente mistura di mestizia e meraviglia, per pezzi tradizionali del country-folk americano riletti in chiave "moderna".
Un carnevale di rumore in cui impatto è fisico e mentale, una dilatazione che costruisce, quasi fosse un ambiente, l’universo industriale come percezione. E alla fine non è molto importante sapere se davvero in questo album ci sono solo chitarra, batteria e basso...
Un passaggio del testimone per la serie Il grande vecchio della space age anni Sessanta che passa lo scettro al lounge man number one dell’elettronica albionica. Leggerezza e tocco francese s’impossessano di Vibert, per un ritorno al senso di meraviglia delle produzioni di Perrey.
Anni ‘80 e coretti gospel. Giungle indie rock e chitarrine wave. Riuscite ad immaginare un ibrido tra Fine Young Cannibals, Peter Gabriel e Animal Collective? Se non ci riuscite gli Yeasayer possono essere una risposta.
La consueta calligrafia a base di temi levitanti, vibrazioni febbrili e allibite ascensioni, con essenzialità e una sintesi ostinata e sottile di "sintetico" e "naturale", mentre svelano una dolorosa inquietudine, un rammarico angoscioso e una nostalgia sconfinata.
Canzone e narrazione. Cambi tempo come giocare a flipper. Momenti grandguignoleschi e marcette. L’avanguardia per le “masse” è finalmente raggiunta. I Furnaces son tornati.
Uno di quei dischi che tenta di raccogliere tutto quel che c'è da raccogliere in un dato tempo in un dato luogo. Devendra ordisce un eremitaggio irrequieto tra folk, blues, samba, psichedelica, progressive, rock, funk… Un trip folle e scentrato, spiazzante e inafferrabile.
Love Is Simple è un pot-pourri di folk, rock, free, psych, carnival, freak a cavallo dei ’60/’70, un’esplosione di canzoni folk, una savana di raga e orge tribali che esplodono fragorose.
Arular era come una mitragliata nella giungla del Congo. Kala come un meticoloso accerchiamento. Un bignami di quello che bisogna mettere in un disco per farne un prodotto strategico da marketing globalizzato.
Una raccolta di canzoni intime, dalla comunicativa travolgente. Ci sono il country e il post rock, i Sessanta inaciditi e i Novanta impolverati, la stasi momentanea e l’invettiva elettrica. C’è un equilibrio tra ieri e oggi, magico e che resterà.
Un cucciolo sorridente che ti offre strane ossa. La signorina Mary Lou (fu-fu-fuck you). Joseph, il messaggero del Signore, che vive dietro la testa di Michael... Per alcuni sono demoni. Per altri, Angeli.
Un disco a sorpresa, fatto di canzoni e non di oscurità. Una serie di saggi (più chitarristici di quello che si poteva pensare) di stile alla Liars, ma anche di wave dei Duemila. Un normale passo falso? Pare di no, anzi; forse, per adesso, era l’unica sorpresa possibile, tra le altre a cui ci hanno abituato...
Un disco titanico, che attraverso le gesta degli insetti racconta la parabola vitale, gli incontri, gli atteggiamenti, i sentimenti umani e universali. Un viaggio “culturale” pieno di magia e curiosità, una musicalità viva e conquistante passo dopo passo, ascolto dopo ascolto.
Immaginario cartoonesco e freakerie diffusa per questo duo di Baltimora al debutto: forma mentis tutta indie-rock, gommosi ritornelli su girotondi di tastiere e synth, voci un po’ nasali per un disco che non può non ricordare il noise-pop dei primordi.
Quello di Ash Wednesday è un incantesimo imperscrutabile, un trucco impossibile da rivelare, una magia fatta di piccoli, essenziali particolari. Semplicemente, un disco prezioso.
Paradisiaci paesaggi new age, disturbanti habitat isolazionisti, misteriosi scenari esotici. E' l'ubriaca e multiforme foresta musicata da Ikue Mori, Fred Firth e Kato Hideki nel terzo capitolo della saga Death Ambient.
Come rispolverare la vecchia tradizione degli indiani d'america e fare un disco di pure e semplice native american-rock, usando chitarre, ritmi e vocalizzi pellerossa. Patton e soci dissotterano l'ascia da guerra e trasformano il progetto Tomahawk .
Immaginario cartoonesco e freakerie diffusa per questo duo di Baltimora al debutto: forma mentis tutta indie-rock, gommosi ritornelli su girotondi di tastiere e synth, voci un po’ nasali per un disco che non può non ricordare il noise-pop dei primordi.
Liceali alternative con il vizio dell'indie-pop, rispettive maiuscole incluse. Un piccolo mondo antico (quasi) perfetto con l'arcobaleno e la nonna. E c'è già chi li odia. Tanti nemici...
Un disco di no-wave che fa parlare di sé senza necessariamente parlare di New York tra Settanta e Ottanta - e che solo la Load poteva fiutare. Mezz’ora di rumore convincente, consapevole dei propri debiti ma indifferente alla deferenza.
Mouse On Mars e Mark E. Smith dei Fall in ruvide texture e sincopi radioattive, declami riverberati e putridume a picco in una chirurgia elettrica. Un’alienazione e un’angoscia da sballo, primitiva e post-industriale. Cartoonesca ma senza ammetterlo frontalmente.
Hell’s è una ricongiunzione con il passato più remoto, uno zibaldone di rockismi bagnati nell’acido attraverso almeno tre decadi di rock (e diramazioni). Poiché l’ex ragazzo industriale Genesis P-Orridge è tornato a casa.
Mirrored è un mondo di specchi. Immagini dentro immagini e quindi loop. Ma è un gioco con dietro una scenografia: gusti caraibici, fusion umidiccia e appeal rock, che assume un feeling proggy à la Tortoise, tra momenti serrati e sfilacciamenti. Un disco inattaccabile, studiatissimo eppure accessibile.
Un folk rock inevitabile: i Wilco sembrano procedere come se ciò che si lasciano alle spalle iniziasse a pesare più del futuro. Così questo album somiglia un po' ad una preghiera, alla sensazione cordiale del ritorno a casa. Con più di una sorpresa in una quiete apparente.
Muti come pietre per ascoltare i nuovi affreschi ambientali della coppia Orsi / Becuzzi. Messa da parte l'emozione per le vecchie foto ingiallite del blues, qui si tende verso l'astrazione più misteriosa ed enigmatica delle cose.
In fondo siamo tutti condannati allo stesso Eterno Presente, fatto di ritorni: non fanno eccezione i Dinosauri con Beyond, furore giovanile appena stemperato da matura riflessività, identità inossidabile, proprio come la voglia di esserci.
Affidandosi alle sue personalissime frequenze, la songwriter di origine israeliana abbandona la dimensione acustica per cantare finalmente a piena voce, in un pop-rock classico dagli arrangiamenti particolarmente curati. E colpisce nel segno.
1976: quattro derelitti figli di Londra iniziano la stagione industrial dei Throbbing Gristle. 1981: dopo svariati shock conditi con pornografia e nazismo, la band ormai di culto chiude le trasmissioni. 2007: a volte ritornano.
Chi cercava conferma dell'ambizione (e della faccia tosta) di Conor Oberst, troverà in Cassadaga ogni possibile risposta. E molto di più...
Kranky n° 100: segna lo storico traguardo il nuovo doppio album degli Stars Of The Lid. Tra tappeti ambient e occhiolini cinematici i texani scrivono un nuovo capitolo nella loro personale metafisica della palpebra.
Una ciurma ben assortita, con il contributo in pianta stabile di Johnny Marr, per un cambio di pelle annunciato: questo è fuor di dubbio l’album dance della band di Issaquah, funk dalla chiara attitudine albionica. Un disco lungo, frizzante e soprattutto molto generoso...
Un noise concettuale che contempla scenografie melodiche, tra minimalismi sintetici e la visione di una natura osservata con occhi digitali. Carsten Nicolai approda verso la più plausibile evoluzione della glitch-music.
Fra passato e presente, questo doppio live è una celebrazione e insieme un nuovo e importante tassello di un percorso artistico dalle potenzialità ancora inesplorate.
Neon Bible è il disco coraggioso e motivato di una band solida e fertile, dalle idee ambiziose e dalla personalità meravigliosamente eccessiva e strabordante.
C'è l'avventatezza, il coraggio di mettersi totalmente in gioco. C'è una voce che è finalmente la sua voce. C'è un disco senza punti deboli. Patrick Wolf è cresciuto. Molto.
Una seconda prova trasversale e inopportuna per il non-musicista francese, libera da qualsiasi costrizione dettata da generi e stili, un taglia e cuci di sensazioni ed emozioni, ombre e fantasmi, mostri e stupide canzoni.
Attraverso Clash, P.I.L., Lee Perry, Contortions e Tortoise, l ’arte della variazione dub in epoca (post) post-rock si concentra in questi 60 minuti sotto forma di (s)concerto.
Ritorna l’universo musical-gitano del Tin Hat Trio, oggi un quintetto. Un treno in corsa che attraversa regioni diverse e apparentemente inconciliabili come jazz, blues, folk, musica da camera.
Finché c'è ancora in giro gente come Robin Proper Sheppard, chi ha bisogno di nuovi trend ed ennesimi hype? Anche se quei God Machine non ci sono più...
Egregiamente prodotto, senza una briciola di follia in meno rispetto al passato. E c'è dentro di tutto: dai Pulp a Camerini, da Brian Wilson alla disco music. Il pop-psych non poteva avere un inizio 2007 migliore.
Epopee western ed english life d'altri tempi. Una nazione alla ricerca di un'identità. Il nuovo viaggio di Damon Albarn, insieme a compagni d'eccezione per un altro side project che fa centro.
Dopo il successo dell'amico Nathan Fake, il boss della neonata Border Community spara un proiettile nel cuore dell'elettronica. Svelando linee e traiettorie dell'etichetta incrocia IDM e techno, attitudini acide e fascinazioni micromusic. Deflagrante.