Il meglio del 2007 secondo SentireAscoltare. Ovvero: le famigerate classifiche di fine anno, aggiornate all'ultimo disco, all'ultima tendenza, all'ultimo capolavoro, all'ultimo grido. Buon 2008 a tutti i nostri lettori.

Già lo si era intuito dall’omonimo album dell’anno scorso: Burial si distingueva dalla congrega del grime/dubstep per l’uso innovativo delle voci. La parola cantata insieme allo sprawl londinese risultava elemento di eccellenza rispetto alla pletora di DJ della scena; e lui, anche se conscio di questa sua trasversalità, è sempre stato nascosto, per un anno ha atteso in silenzio. Il silenzio di chi medita. Untrue, come dichiarato dal boss della Hyperdub è hyper-soul, ma non quel soul che circola nelle piste (infarcito di r’n’b e effetti speciali), piuttosto la sua versione subliminale – del dopo Generation E -, quella che indaga nel subconscio del Raver, il portale su una città d’anime senza volto che cercano un riscatto senza nome nel dedalo urbano...
Che gli snob della club culture storcano pure il naso vedendo M.I.A. in versione Kali-dance. Questa musica non è più per loro e forse non lo è mai stata. C’era bisogno di un personaggio come lei nel giro plastificato del mainstream. Se il massimo del colpo d’anca che s’è visto negli ultimi mesi è stato prodotto dalla joint-venture Shakira-Beyoncé, allora che ben vengano le figlie incazzate degli “stati canaglia”. Kala è un piccolo bignami di tutto quello che bisogna mettere in un disco per farne un prodotto strategico da marketing globalizzato e lei ha le skills per essere quella che già è, la prima diva new global allevata sulle sponde di un immaginario Gange culturale, ma presto esportata per necessità. Brani come Jimmy e Bamboo Banga sono piccoli manifesti per la rivincita dei tanti “Apu” presi sottogamba come un effetto esotico da colonialismo di riporto. M.I.A. è cresciuta sotto ogni punto di vista...
Williams non è un teorico, tanto meno un professore geloso delle proprie conquiste. Quando ha deciso di mettere insieme un (super)gruppo ne sono usciti tre titanici eppì recentemente ristampati dalla Warp. Le prove generali. Un tentativo (ma è riduttivo) di comunicare e costruire ponti. Con Mirrored l’obbiettivo si sposta, come era intuibile, dal work in progress al lavoro di squadra e l’essenza anche qui senza sorprese si sistema lungo l’autostrada Williams-Braxton, il primo ai riff il secondo agli effetti e voci, in giochi di sponda incrociati basso-batteria. Il lavoro sul pop-rock è l’aspetto di cui si parlerà di più, ha reso il singolo Atlas “math-rock for the masses” seppure è un’escrescenza, il cuore ritma un linguaggio vivo, fatto di costrutti complessi. Frasi-riff, botte e risposte a due chitarre quando non tra il gioco ritmico e gli effetti, periodi che macinano mood, punteggiature mai lasciate al caso. Le principali e le secondarie, qualche subordinata. Negli Storm & Stress c’era molto di non-intenzionale, qui c’è un’evoluzione armonico-matematica più che il contrario...
E’ un disco “importante”, questo. Di quelli che in tempi meno affrettati e affollati aspettavi con ansia e centellinavi con la dovuta cura, per capire a che punto era la parabola artistica dell’autore, quali e quanti segnali ne derivavano, quale faccia avrebbe avuto il “dopo”. Succede la stessa cosa oggi, se si possiede familiarità col mondo di questo cantautore georgiano d’adozione e parecchio sfortunato in vita. Non da compiangere, però, perché se l’è cercata, la maggior parte di quella scalogna, andando incontro al destino coi mezzi sbagliati. Si è redento più che a sufficienza, per quanto mi riguarda, a colpi di dischi che non si fermano alla musica e di una qualità che da sola già sarebbe sufficiente. Non contenti, si spingono un passo oltre. Uno solo, ma fondamentale: diventano pezzi dello stesso individuo che li pensa, li scrive, li canta. Hai detto niente...
Battiamolo questo ferro. È rovente. Giusto un po’ di tempo nel New Jersey con Andrew Weiss (quello che ha prodotto quasi tutti i dischi degli Ween) e gli Akron Family hanno il master del loro quarto lavoro. Lo consegnano a Michael Gira e lui, Unkle Mike, pochi giorni dopo li guarda in faccia con quella brutta espressione che vedete sul sito e gli dice pressappoco: “Con questo misto di Beatles, Chicago Art Ensemble, Credeence Clearwater Revival, The Grateful Dead, The Hollies, The Butthole Surfers, Led Zeppelin vi confermate una delle migliori band sul pianeta”. Detto da lui è praticamente una garanzia e, sappiatelo da subito, non farò altro che dirvi quanto il boss della Young God non sia lontano dalla verità (sempre che esista, una verità). Per davvero, sarà prodotto del genio questa esplosione di canzoni folk (come pop Macca-Lennon) e questa savana di raga e orge tribali che mi sono esplose nelle orecchie come cento caramelle Haribo?...
Nulla si crea e nulla si distrugge ma le fornaci, ancora una volta alle prese con una rock opera, si muovono. Canzone e narrazione. Cambi tempo come giocare a flipper. Momenti grandguignoleschi e marcette. E c’è poco da fare, Matthew Friedberger vuole essere il miglior arrangiatore di questi anni e se non c’è riuscito ancora è solo perché dobbiamo abituarci all’idea. Da un paio di album a questa parte sotto i suoi ferri resta poco da arrangiare: magari una spolverata in produzione (Bill Skibbe e Jessica Ruffins), un giro di manopola al mixer (John McEntire), oppure lasciare tutto com’è, perché sound & format sono inconfondibilmente e fieramente Fiery Furnaces. Arrivato dopo il sontuoso Bitter Tea, Widow City pare la solita menata da primo della classe: ancora canzoni-collage, al solito matriosche di stili, strappi, melodie. Eppure…
Non stupisce molto, a dire il vero, la bellezza di Magic Position. Questo disco senza punti deboli era la conseguenza auspicabile delle tracce sparse da Patrick Wolf lungo i precedenti spostamenti. Gratifica molto, invece, aver creduto fin da subito al talento di questo ragazzo dall'aria così spersa e fragile ma con l'avventatezza – il coraggio – di mettersi totalmente in gioco, senza che questo abbia mai significato bruciarsi o svendersi. Un gioco organizzato al meglio, affidandosi alle sensazioni più consone. Scegliendosi gli abiti del caso. Oggi, gli occhi appiccicati alle vetrate caramellose della malinconia, Patrick sa ridere con grazia e piangere con stile. Affascina, stordisce, contagia. Strattona e blandisce sì, ma coi modi di chi ha ricevuto la migliore educazione...
Yesterday's New Quintet, dove quel "new" si riferisce ad una nuova concezione di quintetto. Quello in oggetto, infatti, è composto da una sola persona: Madlib aka Otis Jackson Jr, ovvero un bel po' di altre incarnazioni eminentemente fittizie eppure così tangibili, almeno dal punto di vista sonoro che poi è quello che c'interessa. E' lui l'autore di ogni suono presente in questo Yesterday's Universe. Cercando di fare un po' d'ordine, ammesso che il sottoscritto abbia capito bene, il caro Otis - già dj, beatmaker e rapper - ha deciso di spingere forte sul pedale del jazz, d'altronde non si è nipoti di Jon Faddis (trombettista per Mingus e Gillespie tra gli altri) a caso. Così, mette il cappello del suo fantomatico quintetto su questa magmatica e composita raccolta di quindici pezzi che esplora, grazie all'aiuto di solerti amici come The Jazzistic, Ahmad Miller, Jackson Conti e altri - tutti, ovviamente, moniker del Nostro - istanze & conseguenze jazz dall'hard bop in avanti mischiandole a visioni hip-hop ed aciderie esotiche. Tutto chiaro, no? No? Non preoccupatevi...
Il caro, vecchio Jens. Strano, eppure nascono proprio sensazioni di questo tipo ascoltando il nuovo lavoro lungo - appena il secondo - del giovane cantautore svedese, così forte la sensazione che procura l'imbattersi nuovamente con questa calligrafia tanto ciondolante quanto marcata, languida e frondosa, cazzona e sofisticata. Una scaletta che nei soli primi due pezzi squaderna afrori da Scott Walker in dormiveglia (And I Remember Every Kiss) e dance soul da Bacharach sul love boat (Sipping On The Sweet Nectar), senza tralasciare quella certa inclinazione post-wave da Morrissey scarabocchiato sul diario (la malinconia dolcissima e strapazzata di Shirin). Palpiti e tremori stemperati tra sogni esotici (A Postcard To Nina) e rigurgiti disparati (i REM di Near Wild Heaven nella struggente Your Arms Around Me, una inopinata La Colegiala nell'ineffabile Into Eternity) fino a una geniale regressione nella ninna nanna belleandsebastiana di It Was A Strange Time In My Life...
Ordination Of The Globetrotting Conscripts è il primo disco “ufficiale” del combo dopo l’esordio omonimo su Evolving Ear dell’anno scorso. Ancora una volta il jazz viene sottoposto ad un attacco batteriologico di antracite aritmica. Variante indistruttibile derivata dal genio di Kevin e Mat soprattutto. Il loro connubio ai rispettivi strumenti devasta (Revolutionary Bummer Weed), il resto ce lo mette la sfilza di ospiti presenti: Moppa Elliott, Michael Evans, Peter Evans, Jon Irabagon, Sam Kulik, Robbie Lee. L’album è un piccolo capolavoro di sgrammaticatura post (noise, jazz, e perché no... anche rock). La vertigine free è anzi talmente potente che farebbe, in un film di sci-fi, l'effetto di una boccata di ossigeno troppo puro su organismi abituati ad inalare azoto. Uccide!. La metronimica Guns And Butter, che sfrigola via su intermittenti segnali sintetici mentre sax coltraniani (e non solo) s'arrampicano ad unghie strette sul suono-rumore sovraesposto. Spettacolari poi i 13 minuti, a sipario quasi calato, di The Spectre Of Water Wars, modello di fusion nucleare inaudita e senza lo scampolo di un riferimento stilistico che sia uno...
Che Dave Longstreth, in arte Dirty Projectors, fosse molto più che un fenomeno passeggero lo avevamo già intuito dai primi passi del giovanissimo musicista statunitense. Anzi, avevamo anche avuto più di una conferma che la maturità fosse alle porte, nonostante il piccolo passo falso dello stucchevole The Getty Address, un album un po’ troppo pretenzioso. Ma, si sa, chi non risica non rosica e Dave ha dimostrato negli anni di avere il coraggio e le capacità di provarle tutte senza il minimo interesse di compiacere il pubblico. Ed eccolo di nuovo, in perfetta coerenza con questa linea di pensiero, a cambiare completamente le carte in tavola, spiazzando chi lo aveva già incasellato nella scomoda categoria di musicista “colto”. Rise Above è proprio ciò che nessuno si sarebbe aspettato dopo gli ultimi due capitoli della sua già dignitosa carriera. Spogliatosi della scrittura complessa e cameristica di Slaves’ Graves And Ballads e della pomposità corale di The Getty Address, Longstreth si presenta alla prova (forse) definitiva della sua maturazione artistica con un sound che, grazie ad un organico strumentale ridotto all’osso (chitarra in evidenza, basso e batteria, con coro femminile) strizza l’occhio in maniera del tutto personale e schizofrenica alla “negritudine”: rythm’n’blues, funky e soul in stile Motown...
La Lex ci ha regalato diverse soddisfazioni sin dalla sua nascita: da un punto di vista strettamente musicale, certo, ma anche in virtù della raffinata creatività espressa dal peculiare artwork dei propri dischi. Ora se ne esce con questo magnifico album d'esordio del nuovo progetto di Jneiro Jarel insieme all'amico Jawwaad. L'aspetto bizzarro della faccenda è che i quattro quinti di questa formazione non sono altro che alias e moniker dietro cui si cela la personalità multipla di questo Madlib in erba. E così Roque Wun, Panama Black e Dr. Who Dat?, immaginari membri della crew, non sono che proiezioni dello stesso Jarel nei diversi ruoli di mc, producer e via dicendo. I Shape Of Broad Minds salgono a bordo di un sommergibile nucleare presumibilmente dirottato dai Drexciya e vanno ad allunare negli abissi dell'ignoto spazio profondo, nei visionari landscapes del Wild Blue Yonder di Werner Herzog. Il sincretismo e l'iconografia space-acquatica del viaggio proiettato verso il futuro pescano in questi oceani. Solo che la Fossa è fonda anni luce e talmente oscura che oltre le fredde vene blu elettrico pare spalancarsi un buco nero alla cui forza d'attrazione non siamo in grado di opporre resistenza...
We Are Him per Michael è come una straziante salita al Golgota, coordinata dal profeta Joseph e dai fantasmi interiori che tornano ad agitarsi e a sbraitare. La chiave per capire un lavoro come questo sta tutto in quello “scomparire da se stessi” di cui si dice in sede di intervista. Trascendere per trasformarsi. Per gli Angels Of Light questo significa superare il tappeto strumentale messo in piedi dagli Akron/Family durante le prime sedute di registrazione, che non sembrava fotografare bene le ferite di Michael, di nuovo esposte in evidenza, di nuove bisognose di essere grattate via. Da lì il percorso si è fatto accidentato ed impervio, per quanto folta è la folla di ospiti e collaboratoriIn questo disco c’è la nervosa malia delle migliori cose di Michael e come se fosse una cartina al tornasole, sulla copertina torna un dipinto di Deryk Thomas, che non vedevamo dai conigli e dai bambini in fiamme dai dischi folk degli Swans dei primi ’90. Ma l’essenza dell’ultimo Michael Gira non è quella di mostrare una coppia di stimmate con sacrale e monastico distacco. Michael Gira non è Nick Cave. Michael Gira è Joseph, un profeta per modo di dire, uno che non sempre viene ascoltato, anche se nell’ultima Star Chaser fa di tutto per farsi sentire, ripetendo incessantemente, fino alla fine: “You live on in me”...
Ci sono i pulsanti umori di Olè Coltrane in Sting Ray And The Beginning Of The World (Part 1); il cromatismo tonale di Music For 18 Musicians in Cosmic Tomes For Sleep Walking Lovers; tutta una certa tradizione colta euro-americana risuona nelle note di piano di Black Sun,composta originariamente per il pianista francese Jeanne-Pierre Armengaud. Il flauto di Eric Dolphy, in Sting Ray And The Beginning Of The World (Part 4), e i Tortoise. E Psycho-Tropic Electric Dream odora di Sun Ra, artista dal quale eredita follia ed afflato sperimentale, se è vero che si impone di far diventare musica i versi di uno stormo di anguille elettriche registrati in un laboratorio di ricerca brasiliano. Commissionato nel 2005 a Rob Mazurek dal Chicago Cultural Center e dal Jazz Institute, il progetto Exploding Star Orchestra coinvolge diverse teste pensanti della Chicago jazz e rock, musicisti che hanno in un modo o nell’altro gravitato attorno all’astro Tortoise scrivendo una buona fetta di storia della musica popular degli anni’ 90...
C'eravamo quasi cascati all’inizio, e ripensandoci s’era preferito pensarla una simpatica boutade, la descrizione di quest’album fornitaci dai diretti interessati con un sardonico “shoegaze, ma col cantato punk". Al solito, non sai con che pinze pigliarli, Altro, e questa volta sgusciano con ancor più agilità. C’è molto Settantasette “trent'anni dopo” in quell’autarchia fiera, nello spirito che fa sì che restino gli stessi sul palco e fuori, al punto che li potresti vedere tra il pubblico a osservarsi mentre suonano. Non gli impedisce di essere diventati grandi, però, di fargli sottoscrivere che non è così male, in fondo, quella strana faccenda chiamata maturità artistica. Questo è Aspetto: undici brani che smatassano il bandolo del “terzo disco, quello definitivo” smentendo l’assunto con sottigliezza, esibendo suoni finalmente adeguati senza snaturare l’indole che da sempre accompagna i tre marchigiani. Di conseguenza, la calligrafia sonora ha necessariamente smarrito qualcosa in immediatezza, riparando con la padronanza degli scenari new wave che furono e che sono di nuovo tra noi...
Tra tour e impegni vari (memorabile l'esibizione al Coachella 2005 di fronte a 15000 persone, così come la collaborazione con Bowie impegnato a rileggere classici come Five Years e Life On Mars), ci mettono quasi tre anni per confezionare Neon Bible (Merge / Rough Trade, 6 marzo 2007), disco che non solo conferma in pieno la brillante vena della coppia, ma rilancia sul piano degli arrangiamenti e della personalità. E’ come se tutta la sovrastruttura che dicevamo, quel bozzolo versicolore di riferimenti, quel paludamento di rimandi, venisse fatto sprofondare nella densa pozione sonora. Dalla voce di Win, più spessa e legnosa, alla sontuosa coltre degli archi, si avverte il tentativo di svincolarsi dalla facile riconoscibilità, accogliendo istanze più atmosferiche ed emotive che non formali. Gli Arcade Fire sembrano diventati una combinazione alchemica tra il romanticismo brusco dei Waterboys, l’ipertrofia orchestrale di certa Bjork o dei Sigur Ros o dei Mercury Rev e la crudezza dinoccolata dei Violent Femmes, ma se prima i riferimenti possedevano una flagranza al limite della citazione, oggi possiamo individuarli come sentori di riferimento d’un bouquet strutturato, punto di combustione melodico posto tra le nude radici e le fronde rigogliose, tra certo folk-blues gotico e terrigno ed il pop più sovraccarico e sofisticato...
Il virus che muta l’organismo e lo replica in altro. La metastasi che si allarga a vista d’occhio come un mare di cellule maligne. Uno sguardo compiaciuto sul disastro in atto. Questo erano i Throbbing Gristle quando, nella grigia Inghilterra di fine anni ’70, documentavano a suon di “Rapporti Annuali” la catastrofe nel suo farsi e inventavano di sana pianta l’Industrial. I Throbbing Gristle nel 2007 invece non hanno più bisogno di catalogare traumi, né di erigere architetture storte e radicali, ma si gustano morbosamente il panorama di un mondo che è già stato contaminato, infettato, condannato a morte. Se l’anno scorso Scott Walker saliva in cattedra, muovendo come una marionetta il cadavere di un Elvis decomposto, mettendo in scena il dramma della storia che ripete insensatamente i suoi orrori, quest’anno i quattro operai della "fabbrica della morte" si pongono volutamente fuori dal corso degli eventi, fuori dal contesto, fuori da tutto, vagheggiando già dalla copertina una Montagna Sacra e un’eternità non da conquistare, ma già raggiunta....
La spinta propulsiva dei Wilco segna il passo. Non è più tempo di sperimentazione, di ricerca. E' tempo di raccolta, di harvest, di storie narrate sotto al front porch cogli occhi pieni di cielo. Il cielo dolce e meraviglioso di casa coi margini perturbati da truppe di nubi minacciose. Che forse sono solo un temporale. Forse. Stavolta O'Rourke non c'è ma la sua impronta è ormai metabolizzata, è una vibrazione sotto la pelle, uno spasmo in agguato. E’ la possibilità/capacità di rivangare reminiscenze soniche disparate e applicarle ad un tessuto stranamente coeso, stranamente placido. La cui trama è pur sempre, mai come oggi, folk rock. Un folk rock inevitabile: i Wilco sembrano infatti procedere come se ciò che si lasciano alle spalle iniziasse a pesare più del futuro. Lasciando loro in dote un presente fatto perlopiù di apprensione, appena confortato da una brezza di speranza. Così, questo Sky Blue Sky somiglia un po' ad una preghiera, al tentativo di tenersi in piedi, alla sensazione cordiale del ritorno a casa. Un disco che smussa gli spigoli, elegge a numi tutelari The Band più che Dylan (l'iniziale Either Way), George Harrison prima che Lennon (Leave Me Like You Found Me), corroborando la malinconia Big Star con sbrigliatezze soul di stampo Steely Dan (Impossible Germany) e la crepuscolarità folk younghiana con certe palpitazioni jazzy M. Ward (la stupenda title track)...
Mirah è tornata e questa volta il progetto è molto ambizioso. Share This Place non è un secondo C’mon Miracle, poiché laddove imperavano ballate suadenti di un folk leggero infarcito di percussioni e strascichi di archi e sdolcinatezze raffinate, ora vige un rigore assoluto, un nuovo folk “totale” che sa guardare a culture lontane come quella araba, quella balcanica e quella turca. Stavolta Phil Elvrum dei Microphones si limita a registrare insieme a Steve Fisk, e tutta la materia musicale ad esclusione delle sole melodie è stata curata e creata a quattro mani da Lori Goldston e Kyle Hanson della Black Cat Orchestra, i quali avevano precedentemente collaborato con la nostra per il live To All We Stretch The Open Arm. Il risultato è un disco titanico, scintillante che attraverso le gesta degli insetti, qui osservati speciali e veri protagonisti, racconta la parabola vitale, gli incontri, gli atteggiamenti, i sentimenti che sono umani ma riescono ad essere totalizzanti e completamente universali...
Nube minacciosa - Cuerpo Celeste -, presagio di tempesta. Indugiare d’archi, come un lamento che si rinnova nel tempo, oltre ogni tempo. Cuerpo Celeste, un paziente permanere in attesa di tempesta. Cuerpo Celeste, la tempesta che arriva, la tempesta che è organo che prega, è coro di voci campionate, è percuotere di tamburi. La tempesta che è musica sacra. Quasi stonano oramai i pattern ritmici di Cielo e di Cometa, il Murcof che abbiamo imparato ad apprezzare, minimal techno e campioni di musica classica, incalzare cadenzato e aura ieratica a disorientare quanti sarebbero quasi tentati di muovere il proprio corpo. Perché il nuovo Fernando Corona è quello di Cosmos I. e II., il degno discente di un maestro riconosciuto come Arvo Pärt, il compositore più che il manipolatore del suono, il demiurgo di scenari apocalittici. Laddove non ha più alcun senso distinguere tra musica campionata e musica suonata; laddove crollano barriere tra classica ed elettronica, lì, esattamente lì, stanno le due sezioni di Cosmos...
Books: Simon Reynolds – Bring The Noise (Faber and Faber)
Best new act: Arbouretum, Seabear, Talibam!, Amiina, Patrick Cleandenim, Jamie T, Jeremy Warmsley
Compilation: King Britt Presents The Cosmic Lounge Volume One (Rapster), Machinefabriek (Weleer, Lampse)
Miss You: Larrikin Love , Gorillaz
Welcome back: Dinosaur Jr, Throbbin’ Gristle, Psychic TV, Scorn, Righeira, Television Personalities
Best supergroup: Von Sudenfed
Best Live: Daft Punk, !!!, Horrors, Liars, Melvins, Parenthetical Girls, Good, The Bad & The Queen
Ristampe: Betty Davies (Self Titled), Lee Perry and The Upsetters (Apeology), Vampisoul (tutto), Fennesz (Endless Summer)
Ristampe/raccolte /live album: Current 93 – The Inmost Light, King Britt Presents The Cosmic Lounge Volume One, Fairport Convention – Live At The BBC, Lee Perry – Apeology: Super Ape/Return Of The Super Ape/Roast Fish And Cornbread, Nick Drake – Family Tree, Seefeel – Quique, Sly & The Family Stone – There's A Riot Goin' On, The House Of Love – Self Titled/The German Album, Neil Young - Live At Massey Hall 1971, John Cale - Circus Live
Live: Lisa Germano (Torino), Fiery Furnaces (Milano), John Foxx (Milano), Shannon Wright / Wilco / Sonic Youth performing Daydream Nation / Billy Bragg / Robin Hitchcock (Primavera Sound, Barcellona), Dirty Three + Sparklehorse + Fennesz (Milano)
Film: Grindhouse (Tarantino/Rodriguez), Tideland (Terry Gilliam), Giorni e nuvole (Silvio Soldini), Paranoid Park (Gus Van Sant), Control (Anton Corbijn)
AA.VV.: King Britt Presents The Cosmic Lounge Volume One; People Take Warning! Murder Ballads & Disaster Songs 1913-1938; Persian Electronic Music: Yesterday And Today 1966 – 2006; Yasujiro Ozu Hitokomakura; Life Is a Problem / I Don't Feel At Home In This World Anymore 1927-1948; The Bombay Connection Volume One: Funk From Bollywood Action Thriller 1977-1984/The Bombay Connection Volume Two: Bouncin’ Nightclub Grooves From Bollywood Films 1959-1972
Vintage: Anne Briggs – The Time Has Come; Betty Davis – Self Titled/ They Say I’m Different; Current 93 – The Inmost Light; Amp – All Of Yesterday Tomorrow; Young Marble Giants – Colossal Youth; Cherry Blossoms – Self Titled (Black Velvet Fuckere); Seefeel – Quique; Nico: The Frozen Borderline 1968-1970; Lubomyr Melnyk – KMH; The Trees - On The Shore (BMG); The Trees Community - The Chirst Tree (Hand/Eye); J.D. Emmanuel - Wizards (Dreamtime Tapes Sounds); Silmaril - The Voyage of Icarus (Locust); Loren Connors – As Roses Bow; John Carpenter and Alan Howarth – Halloween III; Vampisoul-Sublime Frequencies-Finders Keepers-Soul Jazz (‘ndo cojo cojo)
Movies: Paprika (Satoshi Kon); Grindhouse (Tarantino/Rodriguez); 4 mesi 3 settimane 2 giorni (Christian Mungiu); Paranoid Park (Gus Van Sant); Tideland (Terry Gilliam)
Books: Galactic Zoo Dossier #7 (Plastic Crimewave); La Bibbia di Satana (Anton S. Lavey, Arcana); Finis Gloriae Mundi (Fulcanelli?)
Runners: Arcade Fire - Neon Bible, The Battles – Mirrored, Bright Eyes – Cassadaga, Broken Social Scene - Presents: Kevin Drew "Spirit If", Dirty Projectors - Rise Above, Fiery Furnaces - Widow City, Josh Ritter -The Historical Conquest Of Josh Ritter, Modest Mouse - We Were Dead Before The Ship Even Sank, PJ Harvey - White Chalk
Raccolte, ristampe, live: AA.VV. - I'm Not There OST (Sony /Columbia), Elliott Smith - New Moon (Domino / Self), John Cale - Circus Live (Emi), Neil Young - Live At Massey Hall (Warner / Reprise), Nick Drake - Family Tree (Tsunami LG /Fontana), Young Marble Giants - Colossal Youth (deluxe) (Domino / Self)
Oldies but Goldies (ovvero, a volte ritornano… e meno male): Crowded House - Time On Earth (Capitol), Dinosaur Jr. - Beyond Fat (Possum / Self), Thurston Moore - Trees Outside the Academy (Potomak / Kizmaiaz), Einsturzende Neubauten - Alles Wieder Offen (Ecstatic Peace)
Da dimenticare (ovvero: please, get me to a doctor!): Brett Anderson - Self Titled, Bloc Party - A Weekend In The City, Chris Cornell - Carry On, Cocorosie - The Adventures Of Ghosthorse & Stillborn, Manic Street Preachers - Send Away the Tigers, Smashing Pumpkins - Zeitgeist
Ristampe: Ariel Pink's Haunted Graffiti - Scared Famous (Hall Of Records-Human Ear Music); Terry Riley – Les Yeux Fermés & Lifespan (Elision Fields / Goodfellas); Young Marble Giants – Colossal Youth (Domino / Self)
Ristampe: Gilberto Gil – Self Titled (Runt / Goodfellas), Labradford – Prazision (Kranky / Wide), Magazine – The Correct Use Of Soap (Virgin), Nico - The Frozen Borderline 1968 – 1970 (Rhino UK), The House Of Love – Self Titled (Renascent / Goodfellas), Seefeel – Quique (Redux Edition - Too Pure / Self), Sly & The Family Stone – There's A Riot Goin' On (Sony), Young Marble Giants – Colossal Youth (Domino / Self)
Ristampe: Young Marble Giant - Colossal Youth & Collected Works (Domino / Self)
Peggior disco: Smashing Pumpkins - Zeitgeist (Reprise / Warner)
Film: Control (Anton Corbijn)
Libro: Shales Miller - Saturday Night Live (una storia raccontata dai protagonisti)
Live: Daft Punk + Lcd Soundsystem, Volcano The Bear, !!!, Micah P. Hinson, Shannon Wright, Trans Am, Wilco, Nathan Fake, Sonic Youth performing Daydream Nation, Beastie Boys
Libri : Post-Punk - Simon Reynolds), Chris Anderson – La Coda Lunga, Federico Fiumani – Brindando Coi Demoni, Wu Ming – Manituana, Stephen Blush – American Punk Hardcore
I peggiori: Bloc Party - A Weekend In The City (Wichita, V2), Interpol - Our Love To Admire (Capitol), Cocorosie - The Adventures Of Ghosthorse & Stillborn (Touch & Go / Wide), The Editors - An End Has A Start (Pias / Self), Architecture In Helsinki - Places Like This (Polyvinyl / Goodfellas)
Live: Sparklehorse (Circolo degli Artisti, Roma), Il teatro degli orrori (Livorno), Wilco (Torino), Bonnie “Prince” Billy (Circolo degli Artisti, Roma), Slint (Circolo degli Artisti, Roma)
Film: 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni - Cristian Mungiu, Paranoid Park – Gus Van Sant, I’m Not There – Todd Haynes, L’arte del sogno - Michel Gondry, Ratatouille - Pixar
Libri: È finito il nostro carnevale – Fabio Stassi (minimum fax), Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro – Enrico Brizzi (Mondatori), Un’estate al mare – Giuseppe Culicchia (Garzanti), Mamma, torna a casa - Paul Hornschemeier (Tunué - graphic novel), La città della luce - Asano Inio (Kappa -manga)
Ristampe: AA.VV. - Gathered (Spittle), Fennesz - Endless Summer (Mego)
Live: Zeitkratzer (Roma 30 gennaio 2007), Violent Femmes (Roma 22 maggio 2007)
Italiani: Altro – Aspetto, Ardecore - Chimera, Bachi Da Pietra - Non Io, Beatrice Antolini - Big Saloon, Disco Drive - Things To Do Today, Ronin - Lemming, Uncode Duello - ex Aequo
Film: INLAND EMPIRE (David Lynch), Le vite degli altri (Florian Von Donnersmarck) La promessa dell’assassino (David Cronenberg), Paranoid Park (Gus Van Sant), Grindhouse/ Death Proof/ Planet Terror (Quentin Tarantino e Robert Rodriguez)
Libri: Babsi Jones - Sappiano le mie parole di sangue (Rizzoli 24/7)