
Dat Rosa Mel Apibus. La rosa dà il miele alle api. Un vecchio adagio dei Rosacrociani è la parola d’ordine che i White Magic usano per debuttare sulla lunga distanza. L’epica a buon mercato di Dan Brown infarcita di crociati, simbolismi pagani, vestigia cristiane e codici da Vinci non abita però qui. Mira Billotte è una Maria Maddalena altera e scontrosa, completamente padrona della scena, coadiuvata dal solo Doug Shawn e da un grappolo di ospiti d’eccezione: Jim White (Dirty Three), Tim DeWit (Gang Gang Dance), Tim Barnes (The Bummer Road e uomo della Time-lag), Samara Lubelski (un curriculum lungo un km, che dai Sonora Pine arriva ai Tower Recordings).
Dat Rosa Mel Apibus è album dai contorni tondi che usa argomenti densi e che gioca a nascondersi dietro fattezze opache e intriganti. Si è affinata moltissimo la scrittura della Billotte. Laddove l’ep di debutto si muoveva ancora amabilmente tra territori ben definiti, che spaziavano dalla ballata jazz alla posa punk, qui tutto suona più omogeneo, anche quando ci si diverte a cimentarsi con atteggiamenti dub nella conclusiva Song of Salomon.
Il piano allora diventa il vero trait d’union dell’intero lavoro. Sono poche note meccaniche che danno il la a tutto il disco nell’iniziale The Light. I White Magic si specializzano in una strana forma di pop song obliqua e barocca, che prende tanto dai madrigali medievali quanto dalle torch songs anni ’30. Hear My Call e Sea Chanty stanno a metà tra il serio e il faceto, non sapendo decidersi se assumere una posa riflessiva o lasciarsi andare sull’onda di vocalizzi davvero sopra le righe. Immaginatevi una versione gothic-chic della Grace Slick a cavallo del coniglio bianco sempre sul punto di partire per la tangente e perdersi nell’armonia delle ottave. Gli arrangiamenti hanno lo stesso carattere. Gli esotismi per sitar indiano che infarciscono All The World Wept, il kitch da Famiglia Addams delle varie Childhood Song, Sun Song e Hold Your Hands In The Dark o la ballad da saloon Palm And Wine.
Il ricordo dei Quix*O*tic torna in superficie nei momenti più acustici come nella splendida versione del traditional Katie Cruel, o quando l’inflessione del canto si fa più trance-soul. I White Magic giocano a fare i seri e seriamente scherzano mantenendosi in perfetto equilibrio su una linea di confine che magicamente non oscilla mai troppo da una parte. Li attendevamo da tempo alla prova del nove e Dat Rosa Mel Apibus ripaga ampiamente quanti si sono messi pazienti ad aspettare il primo vero lavoro a figura intera di Mira Billotte. Insomma, questo passerà alla storia come il novembre d’oro della Drag City, perché non poteva esserci disco migliore da accoppiare a quello della Joanna.
(7.3/10)