
Kling Klang era il nome dello studio di registrazione dei Kraftwerk, a Düsseldorf. Ci si potrebbe aspettare da The Esthetik Of Destruction, debutto dei Kling Klang (in realtà una raccolta di registrazioni tra il 1999 e il 2005), un epigonico “contrattacco con elmi ed armi nuove”, al grido di battaglia di “nomen omen” (e infatti se Scanner fa pensare ai primi esperimenti kraftwerkiani, quelli dell’oblio, Apex ricorda le costruzioni divulgative successive). Si dice spesso che i primi ’70 tedeschi hanno lasciato un vuoto che solo la new-wave ha avuto il coraggio di iniziare a colmare, scoperchiando un buco nero. C’è ancora spazio da vendere, dopo tanto tempo, ma anche il rischio palpabile di venire risucchiati. Basta però l’attacco cyber-sabbathiano di Heavydale per spazzare qualsiasi avatar cosmico o epifania; qui si indagano le inflessioni più rumoriste dei reattori kraut, con tutto il gusto della trasformazione del rumore in strutture, come in una perfetta carpenteria di Luigi Russolo.
I Kling Klang non vengono da Düsseldorf, ma da Liverpool, a riprova di quanto il kraut avesse – e abbia, e avrà? – un secondo bacino di assorbimento in Inghilterra, come ci racconta Julian Cope nel suo Krautrocksampler. Lo so, state pensando ai This Heat; anch’io, e ai Faust del quinto e del sesto disco (di Seventyone Minutes), meno schizofrenici, più ripetitivi, e sempre più prossimi ad un’estetica industriale. Guarda caso in Nexus si sentono i Cabaret Voltaire, fino ad arrivare ai Panasonic, in Untitled@33Rpm – prima che un lontano organetto intoni un solfeggio (che sembra di preparazione allo studio di Bach) capace di fare da base di lancio per un disimpegno da lounge-bar marziano. Tutto in una sola canzone.
Un Frankenstein amico di quello dei Chrome (H'vydale) ringhia poi l’altra anima del disco: le progressioni wave e gli esercizi di variazione di velocità in quattro quarti di Vander applicano il teorema di Neu! 2, con qualche fotocopia di una melodia e tanti détournement della stessa idea ritmica. Una pratica già riproposta a volte dai Cul De Sac (che riecheggiano in Radium), con un sintetizzatore e la loro beatitudine di cadere nel buco nero.
Con gli elettronici Kling Klang, invece, apriti cielo, chiuditi buco nero, si decostruisce il passaggio tra passato e futuribile.
(7.5/10)