
Orde di ragazzini alzano le braccia ballando con pittoresche movenze e pantaloni larghissimi. La summer of love ibizenca è un rituale e come tale può essere rievocato: il suo ambiente diventa un dancefloor tecnologico-lisergico. La musica riempie e affoga gli stanzoni: casse in quattro e tastiere, trame minimali in progressione enfatica, tecnica epica e bassi di roland. La generazione X erge i suoi templi europei. Metà anni 2000: ritornano le sonorità ballabili del synth pop e con esse il dark. L’House Nation trova nuova linfa alla quale abbeverare il corpo mutante.
È attorno a questi fuochi che il nuovo progetto The Knife del duo svedese composto da Olof Dreijer (autore degli arrangiamenti, e sorta di Maurice Fulton) e Karin Dreijer Andersson (nota al grande pubblico per aver prestato l’ugola nel brano What Else Is There dei Royksopp) prende forma.
Dominato da un lato nordico, trasognato e romantico, che assume e assieme rifiuta la tecnologia optando per smalti pagani e animisti, Silent Shout terza prova sulla lunga distanza, vede una buona dose di techno deutch vecchio stampo, avvicendarsi (ma anche confondersi) a una manciata di ballate al calor bianco a mescolare sapori Enya e timidezze rabbiose à la Kate Bush e Bjork.
Rispetto al precedente Deep Cuts, il tocco electroclash e il residuo punk trovano arrangiamenti maggiormente ricercati: se Karin nel successo commerciale dello scorso anno - Heartbeats - pareva una Shakira più dark electro, ora la sua voce acquista smalto sotto i rintocchi di cassa-charleston in Neverland, fascino nel soul dannato à la Cave in One Hit, e charme nei ghiacci di Kate Bush in The Captain. Soltanto nella ballata Marble House la ritroviamo come i Royksopp l’hanno voluta, altrove è Olof a serrare i ranghi tessendo trame per soffuso minimalismo come cadenze pesanti per synth pop a basso tiraggio di bit (We Share Oue Mothers Health).
Digerite alcune ingenuità persistenti (Marble House e Forest Families), l’album risulta perfettamente centrato in un brano come Like A Pen: miscela di dancefloor e umori nordici, smalti old school e fuochi fatui. Per le restanti tracce, la partita si gioca tra riempitivi eleganti (From Of To On) e teneri lumicini (Still Light). A conti fatti, consigliabile a chi ha conosciuto e apprezzato la Andresson con i Royksopp e per chi non disdegna certa techno cantata. Gli amanti della dark disco lady di Deep Cuts potrebbero forse rimanere delusi ma un senso, oltre il dancefloor, The Knife ce l’ha.
(6.5/10)