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I Love You But I've Chosen Darkness - Fear Is On Our Side (Secretly Canadian, marzo 2006)

di Stefano Solventi

Viviamo un’epoca di meccanismi produttivi sempre più implacabili e complessi, stilisticamente autofagi, febbrilmente votati ad oltrepassarsi. Il mio regno per uno scampolo di riflettore: ecco il motto, la weltanschauung più gettonata. Anche l’emul-rock si mette a giocare con i propri stratagemmi, ormai implacabilmente post-se stesso. Ciò non impedisce l’eventualità d’imbattersi in quel qualcosa in più, nello scarto vitale che segna la differenza.

L'esordio su lunga distanza degli I Love You but I've Chosen Darkness, ad esempio, mette sul piatto l'ennesima combinazione di elementi, con la decisiva complicanza che: non sembra concepita in provetta. Sembra che il "ventre" alchemico stia dove dovrebbe, cioè nella testa e casomai nel cuore di questi cinque ragazzi da Austin, Texas, ben coadiuvati dal producer Britt Daniel (leader dei concittadini Spoon). Ragion per cui, all'ormai consueto profluvio di soluzioni tardo-wave (claustrofobia Joy Division, brume Cure, impeto da U2 giovani) si accompagnano umori emo e slow core, angosce tecnologiche, additivi psych e altro che vi dico fra un attimo.

Le proporzioni non sono statiche, l'impasto è disomogeneo, cangiante, e alla lunga provoca uno stato di fascinoso spaesamento. Cui contribuisce una ridda di sapori improvvisi, come il romanticismo malsano Psychedelic Furs (nella liturgica We choose faces), certo allarmante languore Depeche Mode (tra gli ordigni sintetici e l'impeto basso/batteria di According to plan), la visionarietà strascicata Echo and the Bunnymen (nel mélo cibernetico di At Last Is All) e striscianti devozioni Radiohead (nell'angoscioso ciclone in slow motion di If It Was Me).

Crogioli iridescenti di corde, assiduo ricorso all'e-bow, tastiere che stratificano tessiture al sapor di neo-prog (non troppo lontane da certi Elbow), il flagrante primo piano della batteria a contrastare la cupezza "virtuale" del contesto. E poi gli splendidi secondi iniziali di Lights, melodia esposta a cuore aperto come uno Smiths d'annata. E la title track che ti sorprende come un coniglio dal cilindro, con quei vocalizzi fruscianti, i palpiti dei synth e i ricami accorati delle chitarre, quasi una mutazione etereadel periodo melodico Wire. Insomma, alzano una cortina fumogena di cupa trepidazione per poi proiettarci questi balenii improvvisi, questi bagliori obliqui. Senza con ciò tradire l'ansia di portare il discorso alle estreme conseguenze, di sparare subito tutte le cartucce. O non ne hanno molte, o possono contare su una saggezza superiore alla media. Solo il tempo ce lo dirà.

(6.9/10)

  1. The Ghost
  2. According To Plan
  3. Lights
  4. The Owl
  5. Today
  6. We Choose Faces
  7. Last Ride Together
  8. At Last Is All
  9. Long Walk
  10. Dash
  11. Fear Is On Our Side
  12. If It Was Me
  • Christian Goyer – vocals, guitars
  • Daniel Del Favero - guitar
  • Edward Robert - bass
  • Ernest Salaz – guitar, keyboards
  • Timothy White – drums